Malus di NLM.Latteri, romanzo online, volume I

08 dicembre 2008


Libro I

Il Principe della Notte.




Capitolo I



Il racconto del giullare


Chi è costui, vi chiederete voi, ecco mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, o mi hanno visto solo per alcuni minuti, credo siano pronti a giurare che sono pazzo.
Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia con l’unico ausi­lio della raggione. Sognatore, perché credo nell’abilità dell’uomo. Male­detto, perché non affido le mie speranze ad un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno lasciando solo il rosso del sangue, il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in se­guito divenni un guerriero, o meglio vi fui costretto, poiché le mie armi preferite erano e saranno le parole, messaggere della mia essenza, che è sempre stata un’anima di giullare.

Da questa collina verdeggiante guardo le foglie degl’alberi vibrare al debole respiro del vento come se stessero giocando tra loro, e mi torna in mente il suono dei tamburelli, dei liuti, della mia amata arpa, le chiassose feste delle corti, ma ogni volta che cerco d’abbandonarmi a ricordi piacevoli, d’improvviso irrompe il fragore scellerato dei campi di battaglia e lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade, ed è inutile negarlo, io ero tra loro.
Vedo i fianchi della collina dorarsi alla calma luce del tramonto, le miriadi di fiori che la ricoprono assumere tinte calde, cariche di vita, sento il loro profumo abbracciarmi; eppure senza sapere perché, ogni sera mi ritrovo qui: seduto sotto questa quercia rivolto a nord col cuore proteso verso i confini del mondo, verso funesto Niflar, il Paese delle Nebbie, che divide la terra dei vivi, la Terra di Mezzo, dalla terra dei morti, l’Hel. Scorgo in lontananza la bruma scivolare piano verso di me, figlio del Paese delle Nebbie che non mi hanno abbandonato un attimo; ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me, già perché allora non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.
Io, principe di una stirpe maledetta, la quale fu artefice della propria tragedia, detentrice d’allettanti tesori che altrettante rovine causarono e causeranno. Il tesoro dell’anello gettato nel fiume sacro, che ancora riluce del suo oro, affidato alla custodia delle Ondine e alla potenza assassina delle loro correnti. Che senso ha gettare l’anello e l’oro nel fiume, se c’è chi sa come forgiarli, come scatenare la malvagità nell’animo dell’uomo e d’ogni altra creatura pensante, estendendo la nostra tragedia a tutta la Terra di Mezzo? Alcune leggende c’identificano, forse non a torto, con gl’elfi neri, ma nelle notti d’inverno quando la bruma arriva a coprire le cime degl’abeti, il vento canta il nostro nome, eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi disperati senza un passato, che non sia una confusa leggenda nella legenda di chi uccise il drago per rubare il nostro tesoro.
Forse vi sto raccontando questa storia, perché penso che sia giunto il momento di tornare indietro nella parte più buia del mio passato e confrontarmi con ciò che più temo: me stesso. Non so nemmeno io perché sento di doverlo fare, riaprire cicatrici che il tempo non può sigillare, non ha senso, ma forse così riuscirò a ritrovare la mia anima di guillare persa nelle nebbie dell’odio, essa stessa ombra evanescente, nebbia tra la nebbia.

Tempo addietro un vecchio druido e caro amico di nome Gilduin, ripensando a quanto era accaduto, paragonò la nostra storia ad un’antica leggen­da che narra di due principi, che per via delle loro eccezionali gesta ricevettero dagli Dei l’immenso dono di potere esprimere un desiderio, entrambi chiesero l’eterna giovinezza e con questa l’im­mortalità.
Gli Dei però, nella loro somma saggezza, reputando tale dono troppo grande per dei semplici mortali, posero una condizione e pretesero in cambio da entrambi l’oggetto più prezioso che possedessero. Al più anziano chiesero la splendida spada Gramr, che gli aveva permesso di salvare le persone a lui più care. Al più giovane chiesero il fiore re­galatogli dall’amata al momento dell’addio, che egli stringeva ancora in mano.
Nessuno dei due principi consegnò agli Dei l’oggetto richiesto, probabilmente in quell’istante entrambi compresero la vanità del proprio desiderio, o forse il prezzo preteso dagli Dei era troppo alto persino per l’immortalità. Fu così che lasciarono i sacri antri del Wal­halla per fare ritorno alle loro lontane dimore.
Dopo di loro però, come nella nostra storia, si presentò agli Dei un giovane drago, il cui nome era Penombra, offrì agli Dei la propria vita in cambio di un fiore… gli Dei gli sorrisero...






Il messaggio

Fu proprio il vecchio Gilduin il primo a comprendere che stava per accadere qualcosa di grave. All’epoca era il custode del santuario delle Quattro Querce, il sacro cuore pulsante delle nostre terre. È una carica di grande prestigio che implica gravi responsabilità e tanta solitudine, ma è molto ambita dai venerandi saggi perché a diretto contato con la Madre Terra ed i suoi infiniti segreti.
Un ruolo nel quale si sono succeduti nei secoli alcuni tra i più famosi druidi, arduo da ottenere poiché è elettivo, ma sono gli uomini a scegliere, bensì il santuario stesso ricoprendosi di gigli bianchi quando il prescelto lo calpesta, quindi per gl’ambiziosi è perfettamente inutile affannarsi per ottenerlo, gli è irragiungibile.
Il tempio delle Quattro Querce non fu eretto da mano umana, almeno è ciò che ci piace credere, ma da un prodigio della natura stessa, che ha fece nascere queste quattro gigantesche querce ai bordi della collina in corrispondenza con i punti cardinali, creando in tal modo un luogo magico di rara bellezza.
Qui è come se tutti gli esseri vegetali avessero un’anima che reagisce agli avvenimenti del mondo, compresi quelli umani, cambiando di colore, di specie vegetale e di intensità a seconda di ciò che turba o allieta la nostra grande Madre, perciò quello che altrove sono le stagioni, qui sono le vicende del mondo, le sue gioie ed i suoi dolori. Seminascosta tra le radici della quercia Sud sporgenti sul fianco della collina, vi è la piccola ma confortevole abitazione del custode, sembra nascosta come a volere relegare in un angolo la presenza umana.
Il saggio Gilduin, accarezzato dall’erba ondeggiante ai bordi della collina, fumava la sua lunga pipa e si stava godendo la mattinata osservando da lontano i contadini della valle recarsi alla fiera. Il vecchio vate era un po’ pensieroso, nei giorni passati sul prato erano più volte comparse delle rose bianche, appena aveva cercato di toccarle si erano dolcemente richiuse ed erano scomparse, il chè costituiva un evento anomalo. Stava rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi nuovamente di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… Un vento caldo prese a soffiare, era fastidioso gli seccava la gola, si era levato improvviso, insieme alle rose.
Preoccupato, Gilduin si diresse alla quercia Sud dove nel tronco cavo c’è una piccola fonte d’acqua incantata. I ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle sue vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo, strattonadosi le vesti si fece largo tra gli arbusti e quando ebbe finalmente raggiunto la quercia, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue, ebbe un brivido. Cercò di ricordare se avesse mai sentito narrare di qualcosa del genere, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a sé, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo sangue; percuotè con forza il suolo col suo bastone da druido, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa sarebbe stata la stessa cosa, ebbe la sgradevole sensazione che la sua magia nei confronti di quel fenomeno non sortisse alcun potere, fosse semplicemente innestitente.
Brandendo il bastone, sua unica arma contro quel misterioso maleficio, si avvicinò cautamente alla sorgente nelle cui acque così spesso aveva spiato gli avenimenti del mondo, non vide nemmeno la sua immagine riflessa, difficile specchiarsi nel sangue. L’unica cosa che riuscì a carpire a quella linfa vitale fu un urlo distorto dalla lontananza ripetuto più volte.
« Uhtfolga, Uhtfloga » era l’eco della voce di un demone, che tradotto nella nostra lingua significa qualcosa come: colui che vola nella penombra, proseguiva biascicando un oscuro indovinello:
« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis… conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne ».
L’angoscia si fece largo nel suo cuore, in che modo le forze demoniache potevano essere riuscite a contaminare a tal punto la sorgente incantata? Sgomento Gilduin uscì e rimase impietrito da ciò che trovò, gli alberi avevano perso le foglie, non vi era più un filo d’erba su tutta la collina. Era come se la morte contenuta in quella voce malefica avesse impregnato le radici delle Querce Sacre, qualcosa stava nascostamente sconvolgendo il nostro mondo. Il vento adesso sollevava steli secchi che erano stati erba e lambiva i sassi. A memoria d’uomo non era successo niente di simile. La natura sembrava moribonda e quello era un infausto presagio di morte.
Forse per la prima volta in vita sua Gilduin si fece prendere dal panico, si agirrò inquieto tra i rovi secchi del santuario, pregando, urlando formule magiche e percotendo il suolo col bastone magico, usò tutti gli artifici a lui noti per salvare quel luogo santissimo, ma non servì a nulla. La collina si era trasformata in un’altura scarna, sembrava che la vita non l’avesse mai lambita.
Alcune ore dopo il fenomeno della voce si ripeté, la seconda volta però non fu un urlo, ma un impercettibile sussurro che cantinelava l’antico indovinello.
« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis…. Conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne…» e poi ripetè tutto di nuovo.
Gilduin si precipitò verso la fonte gridando « Chi sei? » l’indovinello si ripetè e poi come un timido balbettio disse ancora.
« Penombra » gli sembrò quasi di cogliere una lontana risatina.
La collina si ricoprì nuovamente d’erba, fiorirono le rose, gli alberi germogliarono drizzando imperiosamente le possenti chiome al cielo e gli uccelli ripresero a cinguettare e svolazzare giocosi come se niente fosse accaduto. La natura risplendeva superba.
Il vecchio Gilduin era confuso, per un attimo credette di avere solo sognato, ma non era così, si era trattato di un avvenimento reale che era durato diverse ore, non riusciva proprio a capire, andò a controllare ad una ad una le quercie, era tutto normale, tranquillo.
All’epoca egli stesso non seppe interpretare correttamente i fatti, secondo me il più saggio dei maghi morì senza averli mai compresi del tutto, per quanto mi riguarda, forse, fu meglio così. Penso che il suo cuore fosse troppo turbato dal sangue che sgorgava dalla terra e dalla spaventosa voce del demone, per capire che la chiave del mistero era in quel timido balbettio che seguì, era la voce di Penombra.
Per fortuna, almeno, comprese che doveva intervenire, così convocò d’urgenza il Grande Raduno dei Druidi nella sacra foresta di Brivium, mandò le sue colombe ai quattro angoli della terra per radunare i membri del Grande Raduno sparsi nelle contee e regni più lontani della Terra di Mezzo. Egli stesso partì immediatamente alla ricerca del prode principe Randolf di Sonnholm, che come altre volte l’avrebbe aiutato nell’impresa.
Lungo la strada fu raggiunto da una singolare notizia, alcuni abitanti delle lontane isole di Kajahil raccontavano d’avere visto numerosi draghi volare intorno alle vicine montagne i Corni dei Demoni, quasi a formare degli stormi. Gilduin liquidò frettolosamente l’accaduto come poco rilevante, attribuendo l’assembramento di draghi alla probabile morte del vecchio drago Tages che da tempo immemorabile si annidava tra quelle rocce. Questo fu, probabilmente, il primo errore che commise, perché le cose non stavano esattamente come le aveva supposte, ma d’altronde chi avrebbe mai potuto immaginare la realtà, una realtà che non apparteneva agli uomini.
I Corni dei Demoni, posti oltre il mare all’estremo nord, si chiamano così perché sono dei massicci rocciosi molto alti e scoscesi di materiale friabile, sembrano due corni, sono irraggiungibili per gli uomini e da sempre gradito rifugio dei draghi. Da diversi giorni i draghi ripetevano quella strana danza volando intorno alla seconda cima, giungevano da ovunque, pur essendo esseri di notevoli dimensioni visti da lontano ed in rapporto alla montagna potevano davvero sembrare degli stromi d’uccelli.
Tra gli ultimi arrivò un giovane drago dalla pelle scura e vellutata, le ali ricoperte da pelle sottile, quasi trasparente. Pochi battiti furono sufficienti perché la possente apertura alare lo facesse librare tra le correnti. Sorvolò la cima più in alto degli altri, dopo di ché discese con una dolce planata verso l’apertura della caverna posta in prossimità della vetta. Con gli artigli posteriori si aggrappò ai bordi del precipizio e cautamente sbirciò all’interno poco illuminato. L’antro era pieno di fumo in lieve e costante movimento per via del fiato dei draghi. Le pareti erano lucide ed il suolo ricoperto d’oro che scintillava ad ogni respiro infuocato.
“ Amico che ascolti, Adranos, ti ho chiamato, vieni ti stiamo aspettando” lo chiamò una voce stanca e rauca all’interno, timoroso Adranos entrò, fece alcuni passi, con un elegante movimento del lungo collo in segno di riverenza, posò la testa al suolo. Dinanzi, adagiato su un imponente cumulo d’oro, giaceva Tages il più anziano dei draghi, ormai incapace di muoversi. Il corpo deformato dalla vita e dalle malattie, era di colore grigio chiaro con chiazze verdognole, le scaglie d’osso che l’avevano coperto sembravano impietrite, gli artigli spezzati dalla vecchiaia, non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Adranos col corpo prostrato alzò e riabbassò più volte il capo, come in una danza di corteggiamento tra cigni; accanto aveva altri quattro draghi che fecero altrettanto, per poi ritirarsi in riverente silenzio nell’attesa che il vecchio parlasse.
“ C’è molta irrequietudine. I nostri hanno percepito l’accaduto. Sono turbati a causa di ciò che gli stolti uomini potrebbero fare“. Tutti ascoltavano la sua voce senza parole, che parlava al cuore. Sbirciò Adranos dagl’occhi semichiusi.
“Persino tu: l’indomabile, sei venuto” Adranos ritrasse il capo in segno d’imbarazzo, ma ebbe l’ardire di domandare quel che tutti volevano sapere e che era causa di tanta irrequietudine.
“ Gli uomini stanno distruggendo il mondo, creano orrori su orrori. La nostra antica Madre Terra è in lutto” il vecchio rispose.
“ Ho percepito la novità decenni addietro. Ho ascoltato da lontano i suoi primi palpiti ed il mio stanco cuore ha esultato, ho udito il suo vagito e la mia anima ha ripreso a volare. Noi anziani abbiamo scelto il suo nome: sarà Penombra, perché tra luce e tenebre volerà, immune ad entrambe, affinché ci riporti ciò che è stato rubato dagli umani. Nostra Madre ci ofre una possibilità. La nascita di Penombra era stata prevista… da tempo lontano, ma è giunta nel momento più opportuno” alitò una pallida nube di fumo verso Adranos.
“ Tu sarai il suo tutore, suo maestro e sua ombra. Hai ucciso molti uomini, ne conosci la malvagia insidia, dovrai essere il suo prottettore ed in questo loro…” indicò con gli occhi gli altri presenti “ Ti aiuteranno, in caso di necessità verremo tutti in vostro aiuto”. Sputò fuoco retrocedendo la testa e sollevandola, lasciando per un attimo trapelare la potenza che doveva avere posseduto in gioventù. Riprese fiato e proseguì.
“La fine degli umani ha avuto inizio, se Penombra dovesse morire e gli uomini conservare un altro strumento di distruzione… Faremo ribollire le viscere della terra, i vulcani con le ceneri offuscheranno il Sole. Pioverà fuoco e le loro città arderanno. La terra si spezzerà. Faremo salire le acque degli oceani, annegheremo le pianure. Infine come uragano e tempesta scenderemo dalle nostre montagne, seguendo il nauseante odore della loro carne, annienteremo i superstiti, col veleno e le malattie li decimeremo ed infine col fuoco purificatore li distruggeremo. Dalle loro ceneri rinascerà una nuova Madre, una Madre incontaminata, senza più figli maledetti.” Abbassò di nuovo la testa e stanco riprese.
“ Ma a noi non è lecito commettere lo stesso errore degli uomini: non possiamo interferire con la Natura, per questo è necessario mandare avanti Penombra, affinché liberi gli uomini dalla loro stessa follia. Interverremo solo in caso estremo” guardò i cinque prescelti che aveva dinanzi: Adranos l’indomabile per il quale batteva il suo vecchio cuore; Moros il possente dal corpo verde scuro, che da solo poteva sostituire un esercito di draghi; Nyx silenziosa e nera come un serpente, nell’impresa avrebbe portato le inseparabili e letali figlie, Lachesis, Atropos e Klotho; Enyo nervosa e famelica, che a stento riusciva a tenere fermo il guizzante corpo bronzeo dai mille riflessi metallici emessi dalle armi in battaglia ed infine Erebos, anch’egli scuro ma incorporeo, come l’oltretomba, da cui proveniva, era difficile capire dove avesse inizio o termine. Tages chiuse gli occhi e con un sottile alito di fuoco li congedò.

4 commenti:

magalaura ha detto...

ma sono ritornati i miei mostricciatoli preferiti?
ciao tesorotti!!!
ciao a tutti i numerini pari e dispari !!!

Mostriciattoli ha detto...

Altro che maga, che sei un razzo, velocissima, mizzica!
Abbracio di ben tornata

magalaura ha detto...

ben trovati!
anche io mi diletto a cambiare,ma solo l'header,di più non sono in grado

Mostriciattoli ha detto...

Pss a te posso dirlo, sapevo benissimo che le chincaglierie tecniche sarebbero andate perse, ma ho privilegiato l’estetica del blog. Gli altri purtroppo non la pensano così e si sono inferociti, specie per la perdita degl’indirizzi degl’amici e i premi che il nostro blog aveva ricevuto. Adesso mi debbo nascondere, per fortuna Tenebricus è grande ed è facile nascondersi, di contro c’è che gli altri non hanno nient’altro da fare che cercarmi. Specie 42 e 50 che crede di essere 50 Cent e fa il violento. Com’è difficile essere un terribile mostro con un grande senso estetico.

 
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