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Malus I. Lo scoccare delle ore. 17

09 gennaio 2012

Ai lati del portale sedevano due leoni di granito nero, quasi sfingi imprigionate nella pietra pronte a scattare in avanti. Risalirono intimiditi gli scalini guardandosi prudentemente dalle due belve che pur essendo di pietra sembravano seguirli con lo sguardo con le fauci fameliche socchiuse pronte ad azzannare.
Entrarono, quelle sale sembravano ancora più silenziose del restante castello, la passata magnificenza era sbiadita dal passare dei secoli e dall’azione vento salato che s’insinuava fin lì, avevano qualcosa di ma­linconico, come se volessero in qualche modo ancora narrare degli splendori e degli avveni­menti lieti e tragici di cui erano state testimoni e che ormai non ricordava più nessuno, nemmeno le leggende.
Desirée, attorniata dai mostriciattoli in rispettoso silenzio, avanzava piano, quasi in punta di piedi ammirando attonita la straordinaria bellezza delle architetture che aumentava a ogni sala, dando ogni volta l’illusione di essere giunti a destinazione, facendo nello stesso tempo presagire che dietro la prossima porta si celava qualcosa ancora più stupefacente.
La prima sala non era molto grande aveva le pareti interamente decorate con sottili mosaici e rilievi di belve feroci in lotta tra loro e con creature fantastiche, unicorni, draghi, lupi, gatti giganteschi, e uccelli fantastici. Pochi e larghi gradini portavano alla sala successiva, più grande ricoperta da eleganti fiori notturni che si arrampicavano lungo le alte pareti dove sembravano essere stati cristallizzati da un’improvvisa gelata che  ne aveva ghiacciato i petali insieme alle ali delle falene che li popolavano. Un portone d’argento annerito dal tempo conduceva alla sala successiva dove tra le colonne pendevano ancora grandi arazzi sbiaditi e lacerati dal vento, raffiguranti scene di guerre ed eroi ormai dimenticati.

Malus, I. Lo scoccare delle ore, 16

24 dicembre 2011

« Dicono che è ora di pranzo e che non vi potete ancora stancare molto ».
« Dovete andare subito, è il padrone che lo ordina », aggiunse un al­tro tristemente.
« Non fa niente, andremo dopo mangiato », li consolò Desirée allontanandosi nel corridoio buio.

Nel pomeriggio riapparvero i piccoli mostri, ben felici di portarla, come pro­messo, a vedere la sala del trono, parlottavano incessantemente tra loro interpellandola di tanto in tanto riguardo alle loro questioni.
« Ma voi come vi chiamate? » li interruppe d’un tratto Desirée.
« Come sarebbe, come ci chiamiamo? »
« Ognuno di noi è contraddistinto da un numero ».
« Sarebbero i numeri di serie con cui ci ha progettati il padrone », precisò l’anziano, specificando di essere il numero 16.
« Veramente volevo sapere, se la vostra specie ha un no­me ».
« Che cos' è una specie? ».
« Il vostro tipo di mostruosità, come si chiama? »
« Terrificante! » Le rispose il mostro più vicino, ma si prese un pugno per non avere capito a che cosa si riferiva la ragazza.
« Noi non abbiamo un nome », le disse tristemente 27 ingoiando con un singhiozzo la bava che gli colava dagli angoli della bocca.
« Signora, si può essere dei mostri non avendo un nome? » s’infornò ansioso un altro.
« Potresti chiedere al padrone di darci un nome? »
Desirée annuì, pur avendo il presentimento, che se fino ad allora il Prin­cipe della Notte non aveva ritenuto necessario dare un nome alle sue creature, probabilmente non lo avrebbe fatto nemmeno in futuro.
Così ripresero il cammino, con i mostri che, eccitati dall’idea di potere avere un nome, iniziarono a inventarne innumerevoli, senza pe­rò riuscire a trovare un vago accordo nemmeno sul genere di nome che volevano.
La sala del trono costi­tuiva il nucleo cen­trale intorno al quale si svi­luppava l’intera costruzione, con la sua altezza eccezionale determinava le dimen­sioni e la posizione degli appartamenti privati, che si trovavano ai piani immedia­tamente superiori.
Desirée e i mostriciattoli dovettero scendere diverse scale per raggiungerne il livello  dell’entrata posta alla fine di un lungo e buio corridoio con minacciose statue in armatura addossate alle pareti, che con la loro mole intimidivano chiunque si fosse soffermato dinanzi a loro, perché inquietantemente realistiche, nell’ombra di  ognuna aleggiava silenzioso un Alp.

Malus I. Lo scoccare delle ore, 14.

21 novembre 2011

« Temo, che non siate nella condizione migliore per permettervi d’esprimere giudizi nei con­fronti della mia persona. Mi era parso che foste venuta per un motivo preciso » le rispose imperturbato con aria superiore Malus.
« Ah si, me ne stavo dimenticando, potrei vedere la spada? » il Principe della Notte scop­piò in una sonora risata.
« Non penserete, che io sia così ingenuo da mostrare la spada sacra ad un Rankarth? »
« Ma io non c'entro niente, non so nemmeno chi fossero questi Rankarth! Non sono pericolosa! ».
« E allora, perché volete vederla? »
« Pura curiosità, è la causa di tanta disgrazia ».
« Non vi preoccupate, a tempo debito la vedrete... trapassare il vostro cuore » le rispose il Principe della Notte col solito sorriso mali­gno, alzando la coppa in un macabro ma sentito brindisi pregustando il momento.
Desirée fu particolarmente turbata dal sadismo di quella risposta, e a bassa voce disse.
« Bastardo fuori e dentro », e andò via a testa bassa, ma poco prima di varcare la soglia si voltò dicendo.
« Tu sai rispondere alla mia domanda ».
« Io sono il Principe della Notte non devo rispondere a nessuno ».
« Nemmeno a te stesso? » La rapidità e profondità di quella stoccata fecero capire al Principe della Notte che in un dialogo come nella scherma la prontezza di riflessi poteva essere decisiva e certamente lei non era venuta per ringraziarlo, stava semplicemente usado le parole al posto delle spade.
« Non sono più un bambino a cui si devono spiegazioni ». Ed il suo era un tono che non ammetteva repliche, l’oscurità prese ad addensarsi intorno a lui, però la risposta giunse immancabile, adesso che quegli occhi chiari erano fissi su di lui come lame lucenti.
« Ci sono domande alle quali è meglio rispondere, prima che sia troppo tardi ».
« Non esiste un troppo tardi ». Lei chinò il capo sorridendo tra il divertito e l’imbarazzato, sembrò arrossire.
« Purtroppo non è così, mio bel principe ». Si voltò e andò via.

Malus,I. Lo scoccare delle ore, 13.

04 novembre 2011

« Serve a vedere avvenimenti troppo lontani per es­sere visti ».
« Si può vedere anche nel futuro? »
« Alle volte quello più immediato, ma non quello dei maghi, perché non siamo soggetti alle stesse forze dei comuni mortali, quindi ne siete esclusa anche voi ».
« Peccato. Si può vedere all’interno delle persone? » Malus la guardò alquanto seccato, pertanto le rispose con un deciso.
« No ».
« Come funziona? » La ragazza era snervante, la voglia di sentire parlare qualcuno gli stava già passando.
« Ogni vostro desiderio per me è un ordine ». Disse palesemente scocciato alzandosi.
Stese la mano sulla sfera e al suo interno ap­parvero tremolanti paesaggi lontani, inondati di Sole.
« È con questa sfera che mi hai trovato? »
« Sì », le rispose Malus, prendendo in mano una caraffa di vetro co­lorato riempiendosi una coppa di vino.
« Gradite un po' di vino ». Desirée rifiutò, conti­nuando ad ammi­rare quanto accadeva nella sfera di cristallo.
« Una guerra, non mi piace. Come si fa a farla tornare di nuovo indie­tro? » Malus trasalì, quando un attimo prima aveva distolto lo sguar­do dalla sfera, questa mostrava delle normalissime scene di vita campestre, non era possibile che fosse riuscita a farla funzionare da sola.
« Ripassate sopra la mano e pensate al luogo o alla per­sona che vor­reste vedere », le disse osservandola con estrema attenzione, poteva es­sere stato un caso a fare cambiare lo scenario, ma nella sfera di cristallo apparve un elegante ufficio con una bionda spumeggiante in attillato tail­leur rosso fuoco che, piegata su una scrivania in mogano stava spie­gando qualcosa a un elegante giovane signore, che si trovava sul lato opposto, badando bene di mettere in mostra la profonda scollatura e quanto in essa contenuto.
« Ma non sa fare altro quella! » esclamò Desirée, « Pensavo che fossero disperate per la mia scomparsa, quella deficiente invece pensa a rimorchiare! »
« Vi è una certa possibilità, che vi abbiano dimenticato », con un sorriso aggiunse « Come per magia ».
« Perfida serpe! »

Malus, I. Lo scoccare delle ore, 8.

08 ottobre 2011

Il Principe della Notte, indossava un lungo abito di seta blu scuro trapunto con piccoli zaffiri, se­deva ad uno scrittoio po­sto quasi di rimpetto alla porta, vedendola entrare si alzò per salutarla.
« Buon giorno mia Signora. Spero abbiate dormito bene e vi siate ri­presa dallo spavento ».
« Sì, grazie » rispose Desirée chinando il capo timidamente. « Sono venuta per ringraziarti per quanto hai fatto per me ieri sera. Ti devo la vita... ». Glaciale come al solito il Principe della Notte non rispose immediatamente, solo dopo un po’ disse.
« Non dovete ringraziarmi, sapete benissimo che non l' ho fatto per il vostro bene. Piuttosto sono io a dovervi chiedere umilmente perdono per non avervi accolto fin dall'inizio nel modo dovuto e avervi esposto alla famelicità dei mostri. Il mio è stato un comportamento poco nobile che non trova giustificazione alcuna. Non potrei disprezzare i vostri an­tenati per avermi condannato prima ancora che nascessi, se io stesso agissi in modo simile nei vostri con­fronti ».
« Io non ti avrei mai condannato, sei tanto carino », rispose lei con fare accentuatamente imbarazzato e civettuolo guardandolo con grandi occhi chiari e sbattendo le lunghe ciglia, ma quest’ultima osservazione non piacque molto al Principe della Notte che, infastidito dai modi leziosi, si rimise a sedere seccato ripensando all’odio che lo aveva pervaso la notte prima, sapeva che avrebbe dovuto allontanarla, ma la lunga solitudine aveva raggiunto un peso insopportabile, faceva persino fatica ad articolare le parole, non avendo mai parlato ad alta voce con alcuno, l’unica cosa che aveva pronunciato erano formule magiche, e quando lei parlava troppo velocemente aveva qualche difficoltà a capirla prontamente. Pur essendo un nemico, era qualcuno con cui parlare, non avrebbe ricevuto risposte scontate come dagli Alp; inoltre il pensiero che lo inquietava maggiormente era che una volta fuggito da Tenebricus avrebbe dovuto confrontarsi con gli altri regnanti e condottieri anche verbalmente, pertanto decise di intrattenersi con lei, tanto più che aveva letto che parlare con le donne è più difficile essendo prive di ogni logica e buon senso, quindi era un buon allenamento, così rispose secco.
« Vi ringrazio per il complimento, un po’ scontato, ma indice di cortesia » Si rimise a scrivere, forse fu uno sbaglio, poiché, se non l'avesse fatto, si sarebbe accorto che Desirée aveva uno sguardo particolare.
« Di cosa parlavate con i mostri? » Domandò distrattamente tanto per fare conversazione.
« Di un antico dilemma », rispose con non curanza Desirée, intanto studiava le spalle di Malus, pensando “ Larghe, possenti, peccato che sia un po' magro, ma gli dona, se ci fosse Sophie sarebbe una sfida fantastica” poi scotendosi dai suoi pensieri, aggiunse.
« Essere o non essere, questo è il problema ».
« E perché? » domandò incuriosito Malus smettendo di scrivere ed appoggiandosi allo schie­nale per poterla osservare più comodamente.
« Come sarebbe a dire, perché? »
« Sì, perché? Posso farvi notare mia Signora, che giacché siete viva, se ne può logicamente desumere che esistiate di già, quindi la vostra domanda è del tutto su­perflua ». Quello era sicuramente un ottimo allenamento. « Non starete per caso insinuando, che non ho ben capito quello che avete appe­na detto? » Questo non gli piaceva.

Commento ufficiale a I,6 Finalmente Noi, però...

14 febbraio 2009

Commento ufficiale.

- Dunque, come chi ci conosce avrà sicuramente capito, noi non siamo d’accordo con l’esposizione dei fatti dell’autore, il quale non bisogna mai dimenticare che ha affidato la narrazione degl’eventi ad un giullare completamente pazzo, invece che a noi – 32
- Noi no polemici – 11
- Però quello che va detto, va detto – 27
- Sul fatto d’essere spaventosi siamo tutti d’accordo –32
- Spaventoso è bello – 11
- Avremmo qualcosa da ridire sulla restante esposizione dei fatti – 16
- Dire rivoltante offensivo! – 18
- Esatto rivoltante a chi? E vogliamo parlare del nauseante?– 32
- Noi belli e profumati – 27
- Una volta tanto 27 ha ragione. Era lei che aveva un repellente odore di violette – 32
- Noi allergici a puzza – 18
- Gentile lettore noi siamo giunti alla conclusione che le femmine umane sono presuntuose –
- Ipocrite – 11
- Esatto, loro fanno tante questioni col mangiare, e poi danno per scontato che noi dovremmo mangiare qualsiasi cosa passi gridando per il corridoio, senza nemmeno accertarci se sia commestibile a meno – 32
- Dannosa per la nostra salute – 28
- Noi digeriamo anche acciaio, ma meglio stare attenti. Umani non hanno neanche data di scadenza, ogni tanto troviamo bigliettini con data di confezionamento, ma mai data di scadenza! - 48
- Ultimamente abbiamo letto notizie allarmanti sul web, alcune femmine di uomo conterebbero addirittura parti di plastica. Sono cibo adulterato, bisogna stare molto attenti vero lettore? –
- Usano anche tintura per capelli che è cancerogena. Sono sofisticate da chiamare i NAS- 48
- Capirai adesso perché ci siamo avvicinati con tanta prudenza, e la scema si è messa a strillare ed è caduta giù – 32
- Noi fatto niente – 11
- E indovina un po’ con chi se l’è presa il nostro eccelso padrone? –
- Noi no bugie – 11
- Unione consumatori bella cosa, dobbiamo fare anche qui nella Terra di Mezzo - 28

Malus di NLM.Latteri, romanzo online, volume I,5

11 febbraio 2009






- Nella prossime puntata ci siamo finalmente noi! - 27


- L'autore poteva pure risparmiarsi le paggine precedenti, inutile spreco d'inchiostro - 32


- Senza di noi niente è bello - 18


- Noi belli - 11



- Adesso conoscerete il nostro splendido, regale, magnanimo, eccellente, nobile, geniale, potente, arguto, eccelso e amattissimo padrone, alleghiamo immagine - 27
- Prego lettore non credere che noi lecca, semplice istinto di sopravivenza - 18
- lui no magnanimo - 11








TENEBRICUS





L’oscurità era profonda, pesante come il silenzio che la circondava, Desirée tremava, i vestiti erano bagnaticci, non riusciva nemmeno a vedere se stessa, si era rannicchiata in un angolo tentando di evi­tare il contatto con le pareti umide e fredde. L’aria puzzava di muffa ed era irrespi­rabile. Si fece coraggio e domandò a bassa voce.
« Sophie, Gaby, ci siete? » non ebbe risposta. Il corpo era pervaso da brividi di freddo, non riusciva ancora a capire che co­sa le fosse accaduto. Tastando accanto a sé trovò lo zainetto, lo aprì alla ricerca della torcia, ma non funzionava. Con un sussulto di gioia individuò il cellulare, con le mani tremanti lo prese, non aveva campo, ma con la pallida luce del display esplorò quella che si rivelò essere una piccola cella con una massiccia porta di ferro come unica apertura. L’angoscia crebbe, non riusciva proprio a capire cosa fosse successo.
Erano trascorsi solo alcuni minuti dal suo risveglio, quando con un penetrante cigolio la pesante porta di ferro fu aperta raschiando il pavimento, a poca distanza da lei appar­vero diversi esseri dagl’occhi verde fosforescente. Accesero una torcia di legno e resina, illuminando il piccolo vano, ed anche se stessi, mostrando ciò che pareva impossi­bile: il loro corpo era costituito da una densa ombra che aveva la forma di guerriero medievale, l’unica cosa che sembrava materiale erano gl’inquietanti occhi che spicca­vano da sotto l’elmo.
Un guerriero si staccò dal gruppo, si avvicinò a Desirée e le puntò contro un'alabarda, che non sembrava per niente irreale, anzi d’ottimo acciaio, le fece segno di seguirli. Desirée non aveva scelta, tremante ed allo stremo delle forze, dovette andare con gli impalpabili guerrieri ombra.
Il tragitto da percorrere si rivelò molto più lungo di quanto aveva immaginato, le sembrò non avere fine. Era evidente che si trovava all’interno di una qualche antica costruzione di dimensioni giganteshe, data l’altezza dei soffitti e l’estensione dei corridoi. Dopo avere risalito scale che le erano sembrate interminabili, passarono immense sale deserte, spazzate solo dal vento, che penetrava da grandi finestre ogivali filtrando nei lunghi corridoi. Il suo soffio incessante aveva imbiancato di sale la ruvida superficie della pietra, dando luogo a fantomatiche evanescenze, quando la luce della torcia cadeva sui cristalli di sale, conferendo persino ai massicci muri dissolvenze spettrali. Tutto sembrava essere stato abbandonato da molto tempo, ciò che mancava però per segnare il trascorrere del tempo era lo sporco, non c’era polvere o ragnatele, il chè dava un senso di vuoto ancora più oprimente.
Desirée pensò di trovarsi in un complesso architettonico di stile gotico in evidente stato d’abbandono, non c’era traccia di mobilio o altre suppellettili, le sale erano spoglie. Gli unici suoni percepibili erano i suoi passi ed il suo respiro affannato, coperti di tanto in tanto da una raffica di vento più forte che faceva sbattere alcune porte e imposte semiscardinate, la loro eco si rincorreva per l’edificio non era facile capire dove avesse origine, era irreale.
Giunti in un ampio vano circolare, da sotto una porta laterale vide filtrare uno spiraglio di luce artificiale. Le ombre aprirono la porta e la introdussero in una stanza diversa dalle altre, nonostante l’altezza del soffitto, le pareti erano nascoste da scaffali straripanti di libri ed oggetti vari. Al centro su di un ripiano in pietra era poggiata una sfera di cristallo, che emanava una pallida luce, diversa da quella irrequieta e calda proveniente dal fuoco che ardeva nel grande camino alla sua sinistra.
Al suo arrivo la luce all’interno della stanza aumentò. Desirée scorse un uomo seduto su una cattedra di legno intagliato parzialmente nascosto dal bordo della li­breria, indossava un lungo abito di velluto rosso di foggia medievale e te­neva un libro aperto sulle ginocchia, lo chiuse lentamente e la osservò con attenzione.
« Accomodatevi Signora » disse infine, la voce era calma e cordiale, ma lasciava trasparire un velo di minaccia, era gelido come il castello, le indicò una poltrona accanto al fuoco, quasi di fronte alla sua.
Desirée completamente infreddolita fu lieta di potersi sedere al caldo.
« Benvenuta, spero abbiate fatto un buon viaggio »
« No, schifoso! Peggio è difficile » rispose Desirée, concentrandosi sul benefico calore del fuoco, tentando di reprimere i brividi di freddo che la scuotevano visibilmente.
« Perdonatemi mia Signora, se non mi sono presentato prima, il mio nome è Malus, il sacro pomo del Sapere. Sono il Principe della Notte, ultimo discendente della glo­riosa stirpe...» Desirée, cui il fuoco sembrava avere in breve tempo ridato energia, lo interruppe bruscamente.
« Sinceramente di questo non me ne frega assolutamente niente, e non ti permettere di chiamarmi tua signora! Non ti conosco e non ti voglio conoscere, voglio solo andare a casa »
« Sono desolato, ma purtroppo mia Signora temo di non potervi accontentare, inoltre ciò che stò per dirvi credo sia d’estrema impor­tanza per voi » la corresse l’uomo con tono di scherno, Desirée si volse verso il fuoco, mandandolo mentalmente a quel paese.
« Desidero, infatti, che sappiate che voi siete l’ultimo discendente dei nostri acerrimi ne­mici: i Rankhal, i grandi Maghi dell’estremo nord. Furono costoro che più di mille anni orsono distrussero il nostro regno, annullando i nostri poteri al di fuori di queste mura, nelle quali ci rinchiusero, condannan­doci all’eterna solitudine ed al silenzio assoluto. Il nostro annienta­mento non li soddisfaceva a pieno. Malvagi, vollero che continuassimo a vivere in eterno la nostra morte, estendendo la pena alle generazioni future. Per quanto mi concerne sto pagando una colpa di cui si è persa la memoria » adesso la sua voce pur restando cordiale vibrava scossa dall’odio.
« Beh, per quanto mi riguarda non ho mai sentito quel nome, inoltre i maghi esi­stono solo nelle fiabe, come pu­re elfi, gnomi e altre scemenze del genere. Vorrei solo capire che ci faccio in questo posto da incubo, è tutto così irreale che mi sta venendo l’emicrania » rispose senza nemmeno guardarlo allungando le mani verso il fuoco. Gli occhi violacei del Principe della Notte lampeggiavano di luce sadica, cominciava a divertirsi a fare il gioco del gatto col topo, si adagiò allo schienale soddisfatto.
« Tutte creature comuni in questo mondo, Signora, poiché per quanto vi possa dispiacere, stupire o sembrare impossibile, non siete più nel vostro mondo, ma in uno a questo paral­lelo.» La ragazza lo fissò un attimo, poi tornando a guardare il fuoco crepitare intensamente nel camino, disse.
« Ridicolo, questa non è altro che la vendetta di Sophie, deve avere organizzato il tutto con quel suo amico produttore cinematografico, che fa quei film inguardabili. Mica sono scema, non credo ad una parola di quello che hai detto »
« Che ci crediate o meno non cambia niente. Credo che da voi la definiscano pittorescamente "altra dimensione". Da noi la scienza druidica è molto più avanzata della vostra e vede la teoria dei mondi paralleli quale assodata, benchè il passaggio da un mondo all’altro sia possibile solo ai vati più esperti. Adesso siete oltre confini occidentali della Terra di Mezzo, più precisamente nel castello chiamato Te­nebricus. La mia umile dimora, dalla quale voi non uscirete più, viva s' in­tende. Vi scon­siglio di dubitare delle mie parole, poiché, quale discen­den­te dei più potenti maghi e Signori della Notte, non mi sba­glio » poi con un sorriso maligno aggiunse:
« Mai »
« Ah no? E allora, sempre ammettendo che tutto questo sia vero, che cosa ci fai rinchiuso in questa bara di pietra come un babbeo? » gli rispose con un sorriso altrettanto maligno concludendo con un sarcastico « Mio Signore ». Aveva messo il dito nella piaga, il Principe della Notte sbattè il libro nello scaffale e scattò in piedi furente.
« Questa volta saranno i Rankhal ad essere scon­fitti, per quanto mordaci possano essere le vostre ultime parole, sono solo dei suoni, che saranno inghiottiti dalle te­nebre e dimenticati, come il vostro stesso nome e con esso la vostra maledetta stirpe di carogne. Un nome non è che un suono, un’eco che si perde nel vuoto » però Desirée sembrò non es­sersi impressionata più di tanto per le minacce, giocherellando con le dita tra le fiamme del camino, ribattè irriverente.
« Gli ha dato di volta quel po’ di cervello che ha. Mio affabile sovrano, non dimenticate che le parole sono l’arma più pericolosa e potente data all’uomo, e poi, sai che soddisfazione ammaz­zarmi per poi rimanere chiuso qua dentro in eterno, non è che per caso la solitudine ti ha spappolato la mente? ».
« Mors tua, vita mea. Sono occorsi secoli ed infinite ore di ricerche, ma in fine siamo riusciti a scoprire la via per annullare la maledizione »
« Davvero? E sarebbe? » rispose, alquanto scettica sul fatto che uno dei suoi, sia pure ipotetici antenati, avesse potuto commet­tere un errore in una que­stione di prima importanza. Si sedette più comodamente al fine d’ascoltare meglio, intanto che il Principe della Notte parlando si aggi­rava nella stanza.
« Per sconfiggere le allora immani forze delle tenebre, fu forgia­ta nelle terre del Nord una spada, solo la vista della quale era sufficiente ad annientare interi eserciti...» ma fu nuovamente interrotto.
« Che noia, siamo all’ennesima rielaborazione di Exca­libur, mancano solo la fata Morgana ed il Signore degli Anelli. Deprimente, se pure sir Lancilotto non deve essere stato male, non mi spiacerebbe molto incontrarlo. Senti lascia da parte Excalibur e parlami del Lancilotto » annoiata si voltò nuovamente ad osservare il fuoco, lasciando cadere mollemente un braccio verso il fuoco, come se volesse giocarci con le dita.
« Vi prego di non interrompermi con osservazioni stupide » le intimò l’uomo irritato dalla sua sfacciataggine e riprese il raccon­to. Desirée lo guardava solo di tanto in tanto con sufficienza e aria annoiata.
« Che palle… » Il Principe della Notte la fulminò con lo sguardo, non si era aspettato un simile comportamento dalla sua prigioniera, riprese.
« La sacra spada assorbiva al suo interno la luce abbagliante, quale può esserlo unicamente la luce del Paese delle Nevi Eterne. Riassumeva in sé la genialità dei suoi costruttori, donando l’invincibilità a chi la possedeva.» Desirée con la mano gli fece cenno di stringere, il Principe della Notte finse di non vedere « Fu con questa spada che i miei antenati furono sconfitti, poiché nessun maleficio o magia poteva tenerle testa. Sfortuna nostra volle che il Mago del Nord fosse molto accorto, pertanto intuì che un potere talmente grande avrebbe finito col corrompere persino gli animi più retti, che avrebbero rischiato di servire, loro malgrado, le stesse forze che egli aveva sconfitto. Così dopo la vittoria distrusse la spada, disseminandone i pezzi in tutti i mondi a lui conosciuti, scomparendo egli stesso. La­sciando questo mondo portò con sé un componente di vitale impor­tanza, ed è stato proprio quel frammento che io ho seguito per di rintracciarvi e che voi portavate al collo quando siete giunta qua »
« Un anello per unirli, un anello per ghermirli… corsi e ricorsi storici. Mi sembra di capire che in quest’arco di tempo voi abbiate ritro­vato tutti i pezzi »
« Supposizione corretta, con quella spada sarò in grado di riprendermi quanto un tempo fu dei miei antenati, e vendicare una condanna emessa mille anni prima che io nascessi. Esattamente tra cinque giorni, quando in cielo risplenderà la costel­lazione, che riluceva al momento in cui fu forgiata, i frammenti della spada si riuniranno l’un l’altro tenuti insieme dal sangue dell’ultimo dei Rankhal, inutile sottolineare che si tratta del vostro, e quando que­sto scorrerà a Tenebricus, anche la maledizione imposta dal più potente di voi si estingue­rà insieme alla vostra stirpe. Come potete ben vedere, Signora, prendo due pic­cioni con una fa­va »
« Non per sminuire il tuo entusiasmo da fanatico di bassa leva, ma tutto quello che hai detto è semplicemente insensato, pertanto temo che avrai un’amara delusione, se non altro perché tutte le storielle di questo genere terminano sempre con la vittoria dell’eroe buono e la morte del principe cattivo, e questo senza eccezioni. Inutile dire chi sia qui il cattivo »
« Potrà sembrarvi poco plausibile, ma è la realtà. Desidero inoltre cogliere l’occasione per rammentarvi che, purtroppo per voi, la realtà ha poco a che vedere con le fiabe a lieto fine, forse è per questo che spesso si dice che è amara. Vi tocca bere un calice amaro ».
Desirée lo guardava perplessa.
« Perdonatemi, dimenticavo un’ultima inezia: è inutile che tentiate di fuggire e lasciare il castello, se non ci sono riuscito io con i miei poteri, non penso possiate esserne capace voi, per cui mi auguro che non creiate ulteriori seccature. Buonasera »
« Perché ti do pure fastidio? E ma ci vuole faccia tosta… »
« Senza offesa, ma la vostra vista è esecrabile » concluse il Principe, con un gesto della mano ordinò ai guerrieri ombra di condurla via.
« Ma vedi d’andare a farti f… » stava per ribattere, ma le guardie l’ avevano già afferrata per un braccio e la stavano strascinando via, dandole solo il tempo di gridare.
« Bastardo dentro e fuori! Figlio di…»
Più che spaventata era avvilita, aveva capito di trovarsi in pericolo, pur non comprendendo bene quanto, cercava freneticamente una soluzione, un qualcosa che l'avrebbe aiutata a sfuggire da quella situazione decisamente pazzesca.

Malus di NLM.Latteri, romanzo online, volume I,3

17 dicembre 2008


Malus I


Il Principe della Notte


Segreti in cantina.



Era ormai notte fonda quando Desirée rientrò. Il quartiere era profon­damente immerso nel sonno, fatta eccezione per un simpaticissimo cocker, che si mise ad abbaiare furiosamente svegliando tutti.
La ragazza si lasciò cadere sfinita sul letto, la testa le ronzava un po’ per la stanchezza e gli alcolici, inavvertitamente gli occhi le cadde­ro sul moni­tor spento e silenzioso, immobile come una sentinella nella pallida luce della luna che entrava dalla grande finestra. Le passarono in mente le scene del ricevimento mediamente gradevole ma, come previsto, inutile, per fortuna il buffet era stato sostanzioso e i vini pregiati, però eccessivamente freddi, forse erano stati tenuti troppo all’aperto, e anche lei, non era ancora stagione per serate sulle terrazze panoramiche, sciocchezze da sciccosi come diceva a ragione Gaby.
Scosse la testa, gente noiosa e presuntuosa, si alzò per andare a struccarsi, pas­sando davanti allo specchio per un attimo rimirò soddisfatta la propria figura, era slan­ciata, il corpo era flessuoso, l’abito molto semplice, un tubino di velluto nero, le calzava a pennello, dandole quel tono di classe a cui non era abituata nella sue quotidianità da maschiaccio. Però niente male le lunghe gambe. Sorrise al ricordo del tempo in cui temeva di rimanere un brutto anatroccolo, si sciolse i capelli, che le ri­caddero sulla schiena folti e scuri, oltre la sua immagine lo sguardo trovò il compu­ter, una leggere ruga segnò la sua alta fronte.
Si scompigliò i capelli per liberarli dalla fastidiosa piega e rivolse i grandi occhi allo specchio in modo da ammirarli in tutta la fatalità, con cui così spesso si era divertita a giocare, ma anche qui vi notò riflessa l’immagine del monitor.
Tornò indietro e lo accese, digitando immedia­tamente la pa­rola e quando, anche questa volta non accadde niente, cominciò a diventare impaziente. Velocemente le dita si mossero sulla ta­stira scrivendo velocemente come suo solito, ades­so riapparve la misteriosa scritta, brillò alcuni istanti sullo schermo, per svanire subito dopo, facendola imprecare.
« Maledizione! » scattò in piedi irritata per non avere avuto il tempo impedire che scomparisse, rima­se ferma al cen­tro della stanza fissando il monitor con sguardo di sfida.
Strinse i denti e prese a girare per la stanza come un animale in gabbia mordicchiandosi nervosamente le dita. In quell’istante squillò il cellulare, era Gaby.
« Ciao, sai stavo pensando che se non è stato uno scherzo, forse l’altro tuo PC… potrebbe avere registrato qualcosa, »
« È quello che stavo pensando anch’io »
« Sono sotto casa tua, salgo? »
« Aspetta, scendo io. Ciao » S’infilò velocemente dei lunghi calzettoni e gl’anfibi, mise una lunga giacca di pelle nera e presa una sciarpa nera, scese ed aprire all’amica, che l’attendeva impaziente alla porta, era in Jeans ed un maglione slabrato fatto a mano, per proteggersi dalla brezza notturna aveva attorcigliato intorno al collo una coloratissima sciarpa.
« È tutto il giorno che ci penso, ma non l’ ho detto prima perché c’era Sophie » proruppe appena la vide, ma Desirée la rimproverò.
« Quando pensi che possa diventare uno dei nostri? È nata qui, mi pare, inoltre è nostra amica da molto tempo »
« Che c’entra, non è del posto e certe cose non può capirle. Viene da una famiglia di banchieri parigini, che vuoi che capiscano quelli » Desirée in risposta alzò le spalle chiedendosi se le obbiezioni di Gaby potessero avere un qualche valore o se era semplicemente antico odio di classe o pregiudizio ideologico.
Girarono intorno alla casa, passando accanto al garage che in passato era stato una rimessa di carozze, arrivate in prossimità d’alcuni grandi abeti dove il viale si faceva più scuro ed incerto, accesero le torce elettriche dirigendosi verso il boschetto che si estendeva immediatamente dietro casa.
Un improvviso rumore alle loro spalle le fece trasalire, si voltarono di scatto, il fascio di luce delle torce illuminò i riccioli biondi di Sophie.
« Scusate, che fate al buio in giardino? »
« Noi? Tu! »
« Ho litigato col mentecatto, o meglio, inizialmente volevo fare una passeggiata romantica tra gli alberi fino alla scogliera, ma abbiamo litigato»
« Guarda, che la scogliera di notte è estremamente pericolosa » Gaby non aveva ben gradito quella sorpresa, Desirée la guardava indispettita, ma per altri motivi.
« Non dirmi, che ti stavi imboscando nel mio giardino? » le domandò a denti stretti, era molto gelosa delle sue cose.
« Giardino! Sono un paio d’ettari.»
« Tu hai casa tua! »
« Qui è più romantico! » Gaby, si era piazzata accanto a Sophie con le braccia incrociate sul petto in segno di sfida e la guardava con estrema diffidenza.
« E perché avreste litigato? »
« Voleva mangiare! »
« A quest’ora? » Desirée scosse la testa e si voltò proseguendo il cammino interrotto. Intanto Sophie spiegava con voce alterata dall’ira.
« Io gli ho detto, che l’unica categoria d’esseri viventi che mangia a quest’ora, sono i gatti randagi che svuotano i bidoni della spazzatura e che avrebbe potuto unirsi a loro. Quello è stato viziato! Ehi! Ma dove vai? »
« Gaby, falle giurare tutto quello che vuoi, ma dille dove stiamo andando.» Fu il secco ordine di Deisirée, Gaby invece sibillò.
« Tu non ci puoi venire con quell’abigliamento ». Sophie sollevò l’abito lungo mostrando le scarpe basse, le aveva messe per non sembrare troppo alta accanto al nuovo ragazzo, annodò su un fianco i lembi dell’abito, che in realtà servivano solo da contorno a due vertiginosi spacchi, allargò le braccia con un sorriso, così poteva andare ovunque.
Desirée intanto aveva raggiunto una piccola casetta di legno, che fungeva da ripostiglio degli attrezzi e stava tirando su una pesante botola dal pavimento, mettendo in vista delle strette scale.
« Ancora non mi avete detto dove stiamo andando » disse Sophie raggiungendola.
« Ho un altro computer più potente. Certo che gli uomini non sono più quelli di una volta » si limitò a dire Desirée, e mentre scendeva i primi gradini in pietra, aggiunse. « L’ultimo chiuda, che c’è corrente e io di spifferi stasera ne ho presi più del dovuto »
Sotto la botola si apriva una stretta galleria interamente scavata nella roccia e scarsamente illuminata da vecchie lampadine che penzolavano dalle pareti tenute da vecchi chiodi arrugunita, scendeva con una leggera, ma costante, rotazione verso il basso. Durante il tragitto Sophie non fece altro che giurare e rigiurare fedeltà e silenzio eterno, ottenendo in cambio da Gaby solo terribili minacce.
La galleria finiva in un’apertura buia.
« Questo è il pozzo, visto da metà altezza » le disse Desirée, indicando in alto la bocca del pozzo dalla quale filtrava una tenue luce.
Desirée si calò per prima all’interno, poggiando i piedi su di un piccolo rialzo posto più in basso, scese aggrappandosi alle sporgenze della pietra ed a dei perni di ferro inseriti tra i blocchi. Percorso un metro, con un salto scomparve all’interno di una fstretta essura, riapparendo poco dopo, per fare luce alle amiche. Sophie, meno agile, superò il vuoto solo per un pelo, giunta nella seconda galleria ansimante e giustamente indispettita, sbottò « Mi volete dire per quale caspita di motivo sto rischiando la vita? »
« Te lo deve dire lei » sentenziò Desirée.
« Perché io? » domandò Gaby sorpresa.
« Ma, se non me lo dice? »
« Perché è xenofoba »
« Che faccia tosta! Questo è quando si hanno i sensi di colpa… Io sono per l’amicizia tra i popoli e…»
Sophie perse la pazienza e con le braccia appoggiate sui fianchi, le intimò.
« O me lo dici, o me lo dici » Gaby sbuffò rassegnata.
« D’accordo, come sai c’è stata la guerra mondiale » ripresero a camminare seguendo la galleria questa volta più ampia.
Desirée apriva la fila intonando allegramente una canzonaccia pirata.
« Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto oh hoho e una bottiglia di rum. Il vento e il diavolo l’han portata in porto. Oh hoho e una bottiglia di rum»
« Allora, si parla spesso dello sbarco in Normandia, ma raramente vi s’include anche l’operato eroico e essenziale della Resistenza, senza il nostro lavoro qui non sarebbe riuscito a sbarcare nessuno. Vi fu un vero movimento popolare, tutto il paese era unito contro gli schifosi nazisti. Nei film questo è spesso taciuto, perché ormai si è imposta la glorificazione del sistema consumistico, l’esaltazione del capitalismo americano; sono solo propaganda»
« Guardami Gaby tesorino » l’interruppe con voce ammaliante Sophie.
« Io sono la personificazione del capitalismo e sono tanto felice ».
« No, della superficialità » ma Desirée le interruppe « Non vi siete ancora scocciate delle vostre inutili dispute politiche? »
« Tu piuttosto ipocrita da che parte stai? » le domandò Sophie che si stava veramente perdendo la pazienza, ma Desirée fece una piccola risatina e riprese a cantare « Quindici uomini…»
« Temo che la fase punk che ha avuto qualche anno fa, non sia ancora del tutto passata, è meglio non sapere cosa le gira nella testa ora. Allora vengo al punto » continuò Gaby
« Devi sapere che tra i sanguinari oppressori c’era anche il nonno di Desirée ». Questo Sophie non se lo sarebbe mai aspettato.
« Come mai? Era un collaborazionista? ».
« No, non collaborazionista, nazista » corresse Gaby.
« Tedesco, non nazista, sono due cose diverse, è come dire russo uguale comunista. Che c’entra? » strillò di rimando Desirée.
« Voi mi state facendo venire il mal di testa, da dove spunta questo nonno straniero? » intanto continuavano a scendere e Desirée, sempre cantando, aveva preso a guardare con attenzione la parete sinistra.
« Dall’invasione, ma mi stai ascoltando? Bisogna però riconoscere che era una persona leale, sai alcuni di quelli avevano di quelle manie d’onore militare, onestà etc. insomma era all’antica, così pur essendo un nemico riuscì a farsi rispettare, era un ottimo ufficiale di marina »
« Hai presente il film “Caccia ad Ottobre Rosso? Qualcosa di simile » specificò Desirée, che si era fermata vicino ad un blocco di pietra e cercava di spingerlo, le amiche l’aiutarono e le pietre si mossero aprendo uno spazio sufficiente a farle passare.
« Queste caverne nei secoli passati sono servite ai pirati ed ai contrabbandieri. Nei momenti di carestia da queste parti non restava altro da fare. Nessuno ha mai saputo che in questo trasognato paesino fu saltuariamente praticata la pirateria, per questo è molto importante che tu non dica mai niente di questi posti, ne va della rispettabilità della nostra storia » specificò Gaby prima di lasciare passare Sophie, che mise una mano sul cuore sollevando l’altra in tacito segno di giuramento, così poté varcare finalmente la soglia segreta.
« Altre scale! Per chi mi hai preso ». Desirée era andata avanti ed aveva acceso la luce. Le scale con i gradini dissestati proseguivano, ma la galleria ad una decina di metri da loro finiva in un’ampia caverna. Gaby aveva ripreso il racconto.
« Beh! È una storia molto romantica, volendo. Il nonno di Desirée s’innamorò della nonna ed il villaggio …»
« Del nonno ufficiale gentiluomo » volle concludere Sophie, ma Desirée che le stava davanti disse « No, non del nonno, di questo » indicando ciò che si trovava all’interno della caverna. Sophie si voltò verso la luce, da prima riuscì a prendere atto solo di una grossa massa grigia, ma quando la mise bene a fuoco non credette ai propri occhi, esclamando incredula.
« Porca la miseriaccia! Ma è pazzesco! » guardò meglio, non era possibile eppure aveva di fronte un sommergibile tedesco della seconda guerra mondiale in perfetto stato di conservazione, che galleggiava placidamente ormeggiato nel piccolo porto sotterraneo. Prendeva sia in altezza, sia in lunghezza quasi tutta la grotta, rispetto ai sottomarini moderni aveva uno scafo sottile ed allungato che lo faceva apparire quasi elegante, nonostante fosse fermo ed in evidente disarmo incuteva un inconscio e cupo timore, cui contribuivano i grossi pezzi d’artiglieria che armavano la torretta ancora minacciosamente puntati verso l’alto, contro un nemico che aveva vinto la guerra e si era dimenticato di loro. Alle funi d’acciaio erano fissate delle bandiere, strane bandiere: una francese, una tedesca e ben due grandi bandiere della pace, evidente sforzo di Gaby per bilanciare altri simboli molto negativi.
Le due amiche la stavano guardano con occhioni innocenti e pieni d’orgoglio.
« Bello vero? » chiese a conferma Desirée.
Sophie era ancora senza parole.
« Una mattina lo videro affiorare dalle gelide acque a causa di un guasto al sistema d’areazione e fu subito amore » Gaby adesso era estremamente orgogliosa di poterle mostrare il loro segreto.
« Ma come si fa? È un sommergibile nazista » questo era inequivocabile date le grandi svastiche e croci bianco nere ben visibili sullo scafo insieme alla scritta U-933 la sigla del sommeribile.
« U-Boot » la corresse Desirée « U-933 Prinz Eisenhertz è un pezzo unico, appartiene al tipo VII/c 41, ma ha tante modifiche da essere quasi un c 42, il prototipo mai realizzato. Ha uno scafo doppio in teoria potrebbe raggiungere i 400 m. di profondità, quasi come i sommergibili d’oggi e una notevole capacità di fuoco di ben quattordici torpedo. Il motore a diesel è stato un po’ aggiornato, sai andava troppo piano » scese saltellando verso il molo, dove prese una lunga tavola che appoggiò al sottomarino per salirvi sopra, intanto Gaby con un accenno d’imbarazzo tentava di giustificare il fatto a Sophie che ancora non riusciva a capacitarsi.
« Devi capire Sophie, che quelli erano tempi molto inquieti ed insicuri, non si poteva sapere cosa sarebbe successo, per questo era meglio stare in guardia e premunirsi contro il peggio » continuò Gaby « Qui nessuno ha restituito le armi dopo la guerra »
« Hai finalmente capito, perché da queste parti nessuno vende casa? Hanno le cantine piene d’armi, che non sanno più com’eliminare » strillava Desirée dal sottomarino, agiungendo con vanto.
« La mia cantina è la più bella » e presa dall’entusiasmo si mise a ballare, facendo rimbombare cupamente l’acciaio dello scafo. Sophie guardandosi intorno stupita, raggiunse il piccolo molo ingombro di bidoni ed attrezzature varie coperti da grandi teloni incerati e si fermò sbalordita a guardare l’U-boot ancorato davanti a lei.
« Sono 67 metri di sottomarino, non è molto già all’epoca ce n’erano di molto più grandi, ma questo è micidiale. » continuò Desirée.
« Ma che senso ha? Dopo tanti anni. Questo enorme coso è bello, ma potrebbe andare bene solo per un museo navale, se davvero dovesse succedere qualcosa, che ci fai con questo? È un rottame » l’indignazione e l’offesa furono comuni.
« Non ha un filo di ruggine » protestò energicamente Gaby, mentre saliva sdegnata sul sommergibile, Desirée invece la guardava con un intimidatorio sorriso sulle labbra, a guardarla bene aveva qualcosa di tedesco, ferma su suo U-Boot a puntualizzare.
« Questo coso non è mai stato sconfitto da nessuno. Non sa cosa sia la sconfitta, ne tantomenno la ruggine, non riesce nemmeno ad immaginarsela. Dai sali » e corse via.
Sophie ancora poco convinta, passò con una certa prudenza sulla tavola e titubante mise piede sul sommergibile, si guardò intorno « È immenso, aspettatemi! ».
Le altre due si stavano già arrampicando sulla torretta, affrettò il passo e si trovò a passare accanto ai due pezzi d’artiglieria antiaerea, che visti da vicino le sembrarono giganteschi, ne urtò uno facendolo ruotare di poco, vedendoli così mobili, quasi fossero vivi, si spaventò e si precipitò dalle amiche, ma le raggiunse solo all’interno del sommergibile, dove erano comodamente sedute ai posti di comando a sorseggiare cognac e chiacchierare serenamente, quasi fosse il salotto di casa.
« Incredibile… » disse guardandosi intorno.
Il sommergibile sembrava non essere mai stato abbandonato, era come se stesse aspettando l’equipaggio per salpare. Solo alcune parti in ottone lucidato a specchio e le spartane poltrone di pelle lasciavano trasparire uno stile passato. Le apparecchiature erano in funzione e segnalavano una serie di dati a lei incomprensibili. Vi era stata apportata qualche modifica, come indicavano alcune apparecchiature evidentemente nuovissime e d’alta tecnologia.
« In pratica mio nonno si è trovato nella posizione di chi vince tutte le battaglie, ma qualcun’ altro perde la guerra » le spiegò Desirée.
Sophie era ancora senza parole.
« Come in Caccia ad Ottobre Rosso appunto» precisò Gaby.
« Si, ma se non ricordo male, Ottobre Rosso alla fine viene consegnato agli americani » Desirée corrugò la fronte, l’idea della consegna non le piaceva molto.
« Questo U-boot è stato ufficialmente affondato come tutti gli altri che rifiutarono l’umiliazione della resa sotto l’onta della bandiera pirata imposta dagl’inglesi. E poi che c’entra? I generali quelli che stanno per terra, come che si chiamano… non hanno mica restituito i carriarmati, li hanno semplicemente lasciati in giro. Qui abbiamo fatto la stessa cosa, cosa c’è che non va? » spiegò Desirée.
« Come ragionamento, non regge molto »
Desirée da accanto alla poltrona prese una bottiglia di cognac e si riempì la coppa, mentre Gaby aggiungeva con malizia « Suo nonno aveva ricevuto un’offerta migliore» scoppiò a ridere « O meglio, l’offerta fu fatta da una personcina molto attraente » Sophie non era ancora del tutto convinta.
« Questo è furto e tradimento » e indicandole aggiunge « Da entrambe le parti »
« A chi? » il tono di Gaby era decisamente impertinente « Ad uno stato che non esiste più? Questo è stato un risarcimento per danni fisici e morali, mai sentito parlare di danni di guerra? »
Il volto di Desirée si era fatto scuro, fissava il cognac che ondeggiava nel vetro.
« Nessuno nella mia famiglia ha mai tradito » intanto Gaby precisava con rabbia.
« Ehi! Questo all’epoca era un gioiellino veramente prezioso, consegnarlo avrebbe significato darlo agli inglesi! Stai scherzando? Stava in acque francesi, quindi era francese. Col paese alla fame, non si fanno regali agli stranieri » Desirée invece, aveva preso proprio male l’accusa di tradimento e aveva messo il broncio « Nessun uomo libero è tenuto a seguire un capo indegno e vile, è una vergogna. È dagli albori del Medioevo che noi siamo stati uomini liberi e volendo anche prima, perché nemmeno i Romani sono riusciti a conquistarci e dovremmo sottostare agli ordini di un imbianchino austriaco d’estrazione proletaria? Ma stiamo scherzando? » respresse un brivido di disgusto, bevve il cognac come per togliersi il sapore disgustoso dalla bocca.
« La stessa parola Franchi significa liberi » aggiunse Gaby confondendo leggermente le due parti belligeranti.
« Qui non si capisce chi di voi due stia farneticando di più » volle puntualizzare Sophie, ma fu interrotta da Gaby che questa volta Gaby ebbe più pazienza di Desirée e con voce un po’ più pacata tentò di rispiegare il loro punto di vista.
« Vedi, fratellanza ed uguaglianza, non sono parole dette a caso, ma sono la base inalienabile d’ogni rapporto umano, non si può vivere senza. Per questo, i nostri nonni alla fine si sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda ed hanno trovano un accordo civile ed umano, prima e meglio delle autorità statali, che tra l’altro in quel momento erano venute meno, fermo restando i miei dubbi sull’utilità dello stato padrone ».
« Forse avete ragione, ma un conto è pensarlo e uno è vederlo» Sophie era un po’ impacciata.
« Esiste anche ciò che non si vede o che s’ignora » commentò cupa Desirée « E purtroppo l’uguaglianza, la fratellanza e la libertà non sono visibili, per chi non sa vedere colpiscono più le differenze e l’odio » concluse sempre imbronciata.
« Quindi » disse riassumendo Sophie « Se ho ben capito nel dopoguerra per sfuggire la fame questo paese si è dato al contrabbando e la locanda serviva da copertura per il via vai di gente »
« Mica solo nel dopoguerra, sono secoli che va avanti questa storia» precisò Desirée con una punta d’orgoglio, aggiungendo « C’è sempre stato bisogno d’arrotondare le entrate ».
« Certo, da quando esiste un potere centrale ladro e padrone, che per inseguire interessi capitalisti impedisce il libero scambio di merci tra popoli amici e soffoca ogni forma di commercio solidale. » intervenne con enfasi Gaby.
« Forse sarebbe più preciso dire, da quando c’è gente che non si fa i fatti suoi e pretende di ficcare il naso negli affari degl’altri » puntualizzò più onestamente Desirée.
« Ragazze a costo di deludervi, ma il contrabbando non è commercio solidale »
« Come no: solidale con noi stessi, mi sembra più che giustificato, è amicizia tra popoli come giustamente dice Gaby » obiettò Desirée.
« In caso di nuovo conflitto internazionale o grave crisi economica Desirée riaprirà la locanda » spiegò Gaby alzando il bicchiere per un brindisi, Desirée rispose alzando il suo.
« Anche perché ho ancora i magazzini pieni di superalcolici, non ne posso più di biscottini al rum, torta al rum, crema al rum, arrosto al… »
« Basta! Abbiamo capito. Vuoi vedere il resto? » chiese Gaby alzandosi per interrompere la litania di Desirée che rischiava di diventare lunga, Sophie annuì e la seguì.
Appena furono uscite, Desirée si alzò e raggiunse la scaletta che portava all’interno della torretta dove si trovava il posto di comando in combattimento. Quel vano forse più di ogni altro era stato invaso dall’alta tecnologia, tre schermi a cristalli liquidi, più uno che dava la posizione tridimensionale dell’U-boot, erano stati sistemati nei pochi spazzi lasciati liberi dagli strumenti, molti dei quali erano stati rimossi e sostituiti con apparecchiature più moderne, tanto da fare somigliare la cabina di comando più all’interno di un’astronave che a quello di un vecchio sottomarino.
Desirée si sedette sul seggiolino scrichiolante, allungò la mano sulla tastiera che stava alla sua destra e digitò nuovamente la parola misteriosa. Il vano s’illuminò leggermente, su uno schermo trasparente, che le stava di fianco, presero a scorrere cartine di terre lontane percorse da brevi guizzi di luce.
La ragazza le osservava impassibile, solo una sottile ruga sulla fronte lasciava trasparire i suoi pensieri. Si sporse e con un tasto accese il quadro di comando poco più in basso, poi digitò velocemente qualcos’ altro sulla tastiera, continuando a tenere d’occhio lo schermo. Le attrezzature stavano assorbendo una grande quantità di dati, quando il turbinio di segni rallentò, disse tra sé a bassa voce « Da personcina educata bisogna rispondere ». Nuovamente le dita si mossero sulla tastiera. Le immagini dello schermo ebbero un sussulto e come risucchiate, presero a mostrare a volo d’uccello paesaggi a gran velocità, per terminare in una distesa di ghiaccio che specchiava una luce acecante e spegnersi improvvisamente in un’esplosione infuocata.
« Bene » un altro tocco e stampò su carta alcune righe.
Nel fra tempo erano tornate le altre due.
« È tornato? » domandò Gaby affacciandosi dal basso.
« No, ma ho scoperto che ha lasciato delle tracce nella memoria, sono riuscita a stamparle, però non riesco assolu­tamente a capire di che co­sa si tratta. Aspetta arrivo » disse porgendole il foglio ed apprestandosi a scendere. Gaby prese a studiarlo con grande interesse.
« Sono rune? » domandò Sophie, ma Gaby scosse la testa meditabonda.
« No, una variante depravata dell’alfabeto latino, comun­que dalla co­struzione delle frasi non si direbbe nemmeno una lingua ger­manica, sembrerebbe quasi che qualcuno abbia trascritto in germanico un testo di un’altra lingua, usando questi caratteri abnormi »
« In altre parole, non c’è speranza »
« No Sophie, è solo più complesso del previsto.»
« Quanto tempo pensi ti occorrerà per decifrarne il si­gnificato? » s'informò Desirée.
« Domani vado in città e faccio un salto in biblioteca, forse trovo qualcuno che mi può dare una mano, comunque per capire quello che c'è scritto, senza attendere una traduzione precisa, credo non ci vorranno più di due giorni. »
« E la parola che lampeggiava, non hai idea che significa­to possa avere? » domandò Desirée.
« È proprio quella che mi lascia alquanto perplessa, si tratta di una definizione nordica per indicare i draghi, signi­fica qualcosa di simile a volato­re della penombra o colui che vola nella penombra. Spero solo che il re­stante testo non sia nello stesso stile ».
« Un intero testo è sempre meglio di una singola parola, forse riusciamo a fare qualche passo avanti » osservò Sophie.
« Vuoi vedere come c’immergiamo? » domandò Desirée cambiando argomento.
« No, No, ferme! Non fate scherzi. Posso guardare dal periscopio? Ho sempre sognato di farlo » Desirée ridacchiò.
« Non ti spaventare, per muovere questo coso serve un equipaggio per di più in gamba altrimenti sono guai »
Fecero scendere il periscopio da combattimento e le permisero di guardarci dentro girandolo in tutte le direzioni.
« Vi chiedo scusa, questo è un giocattolo bellissimo » Le altre due sorrissero come per dire “ te l’avevamo detto”.
L’interesse di Sophie per l’U-boot e l’orgoglio di Gaby e Desirée nel mostrarglielo, fecero dimenticare i misteriosi messaggi e le apprensioni che avevano creato, solo abbandonando il ponte di comando Gaby notò, accanto alla poltrona sulla quale era stata seduta Desirée, inciso il nome del nonno W.H. von Drachenhof, anche il suo nome aveva a che fare con i draghi, e l’attuale cognome di Desirée de la Cour du Dracon non era altro che la traslazione in francese, scosse le spalle, coincidenze.
« Ma perché, se tutti i vostri discorsi sulla libertà sono veri, non togliete quella gigantesca svastica dal sommergibile? Fa un po’ senso » osservò Sophie uscendo dalla torretta mentre lasciavano l’U-boot.
« U-Boot, prego. Beh sai… se qualcuno ci dovesse avvistare e dicesse di avere visto un U-Boot nazista lo ricoverano in neurologia. Tra l’altro abbiamo provato a nascondere le svastiche con una rosa bianca* che io c’ ho attaccato sopra, ma si stacca sempre. Gaby ne ha ordinata una nuova che speriamo sia più resistente »
« Che cavolo di vernici usavano all’epoca! Non vanno via in nessun modo, accidenti a loro » protestò Gaby, alla quale quei segni provocavano un sincero mal di stomaco.
« Capito, ma che ci fate con un sommergibile? »
« Noi qualche passegiata, vuoi mettere un U-Boot con una barchetta a vela o un banalissimo surf » disse divertita Desirée, mentre Gaby con un po’ di vergogna ammetteva.
« Potrebbe sembrare snobbismo intellettuale, ma ci piace differenziarci dai cult dei consumi di massa compresi quelli elitari di sinistra. Ti prego di non pensare che sia per la sensazione di potere che potrebbe dare il girare su un U-boot, tu sai che io sono una convinta pacifista »
« E se qualcuno vi dovesse dire qualcosa? »
« Si becca un bel siluro, perché anche di quelli ho una notevole scorta da smaltire, tutto quest’esplosivo sotto casa mi da decisamente fastidio, metti una frana, un qualcosa del genere, e qui salta in aria tutto » disse Desirée leggermente seccata,
« E se doveste incontrare un sommergibile atomico sovietico o americano, come dicono nei films Classe quello Classe quell’altro? » Gaby stava per rispondere, ma Desirée le tolse la parola ed allargando le bracia in un gesto di fatalità ammise.
« Sono cavoli amari »
« Ma è un lupo grigio » protestò Gaby, ma Desirée le fece notare.
« Sì, ma per restare nel regno animale: è una lumaca. Gli altri in imersione vanno alla stessa velocità di noi in emersione, sempre se ci va bene, per non parlare dei siluri intelligenti che una volta che ti hanno agganciato ti seguono fino a casa e suonano il campanello per stanarti. Porca miseriacci, mi fanno proprio… »
« Come avete fatto finora? »
« Furbizia. Siamo sempre riusciti a far credere d’essere qualcun altro, per fortuna Russi ed Americani non si parlano molto »
« Più che furbi, siamo fortunati » puntualizzò Desirée.
« Dite le verità, gli ideali non c’entrano niente, qui se lo sono tenuto semplicemente perché piace » concluse Sophie, le altre due amiccarono con un sorriso.Ferme sulla banchina ammirarono il loro U-boot, sperando in cuor loro che la fortuna non le avrebbe abbandonate e che come l’ultimo esemplare di una rara specie animale, il loro lupo grigio sarebbe sfuggito all’uomo moderno e a salvarsi dal gelo della guerra fredda ancora in atto.
* La rosa bianca era l’emblema della lotta studentesca tedesca contro il nazionalsocialismo.

Commento ufficiale a Malus I,1 Il racconto del giullare

14 dicembre 2008

Questo è un commento ufficiale.
Noi avremmo un appunto da fare: non ci sembra corretto affidare la narrazione di fatti di tale portata da includere le nostre epiche gesta, ad un giullare scemo con gravi e conclamati disturbi della personalità.
« Non sa nemmeno chi c**** è » 32
« Scemo, semplice » 11
« Riprendendo, in dato stato la malattia mentale potrebbe indurlo a non essere del tutto obiettivo nell’esposizione dei fatti. Preghiamo i gentili visitatori a non fraintendere, ma non è per invidia, però noi saremo stati senza dubbio molto più adatti e obiettivi. Oltre a ciò siamo in perfetto stato di salute mentale ed in possesso di un certificato di buona salute mentale rilasciato dalla Asl Tenebricus 1 ad opera dell’insigne professore di neuropsichiatria 22 »
« Come detto, noi saremmo stati più adatti, abbiamo anche l’etica professionale che il giullare non ha » 32
P.S. Se qualcuno dei visitatori dovesse sapere dove è finito 27 è molto cortesemente pregato di avvisarci, necessita di un urgente rifacimento estetico. 50

Malus di NLM.Latteri, romanzo online, volume I

08 dicembre 2008


Libro I

Il Principe della Notte.




Capitolo I



Il racconto del giullare


Chi è costui, vi chiederete voi, ecco mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, o mi hanno visto solo per alcuni minuti, credo siano pronti a giurare che sono pazzo.
Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia con l’unico ausi­lio della raggione. Sognatore, perché credo nell’abilità dell’uomo. Male­detto, perché non affido le mie speranze ad un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno lasciando solo il rosso del sangue, il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in se­guito divenni un guerriero, o meglio vi fui costretto, poiché le mie armi preferite erano e saranno le parole, messaggere della mia essenza, che è sempre stata un’anima di giullare.

Da questa collina verdeggiante guardo le foglie degl’alberi vibrare al debole respiro del vento come se stessero giocando tra loro, e mi torna in mente il suono dei tamburelli, dei liuti, della mia amata arpa, le chiassose feste delle corti, ma ogni volta che cerco d’abbandonarmi a ricordi piacevoli, d’improvviso irrompe il fragore scellerato dei campi di battaglia e lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade, ed è inutile negarlo, io ero tra loro.
Vedo i fianchi della collina dorarsi alla calma luce del tramonto, le miriadi di fiori che la ricoprono assumere tinte calde, cariche di vita, sento il loro profumo abbracciarmi; eppure senza sapere perché, ogni sera mi ritrovo qui: seduto sotto questa quercia rivolto a nord col cuore proteso verso i confini del mondo, verso funesto Niflar, il Paese delle Nebbie, che divide la terra dei vivi, la Terra di Mezzo, dalla terra dei morti, l’Hel. Scorgo in lontananza la bruma scivolare piano verso di me, figlio del Paese delle Nebbie che non mi hanno abbandonato un attimo; ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me, già perché allora non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.
Io, principe di una stirpe maledetta, la quale fu artefice della propria tragedia, detentrice d’allettanti tesori che altrettante rovine causarono e causeranno. Il tesoro dell’anello gettato nel fiume sacro, che ancora riluce del suo oro, affidato alla custodia delle Ondine e alla potenza assassina delle loro correnti. Che senso ha gettare l’anello e l’oro nel fiume, se c’è chi sa come forgiarli, come scatenare la malvagità nell’animo dell’uomo e d’ogni altra creatura pensante, estendendo la nostra tragedia a tutta la Terra di Mezzo? Alcune leggende c’identificano, forse non a torto, con gl’elfi neri, ma nelle notti d’inverno quando la bruma arriva a coprire le cime degl’abeti, il vento canta il nostro nome, eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi disperati senza un passato, che non sia una confusa leggenda nella legenda di chi uccise il drago per rubare il nostro tesoro.
Forse vi sto raccontando questa storia, perché penso che sia giunto il momento di tornare indietro nella parte più buia del mio passato e confrontarmi con ciò che più temo: me stesso. Non so nemmeno io perché sento di doverlo fare, riaprire cicatrici che il tempo non può sigillare, non ha senso, ma forse così riuscirò a ritrovare la mia anima di guillare persa nelle nebbie dell’odio, essa stessa ombra evanescente, nebbia tra la nebbia.

Tempo addietro un vecchio druido e caro amico di nome Gilduin, ripensando a quanto era accaduto, paragonò la nostra storia ad un’antica leggen­da che narra di due principi, che per via delle loro eccezionali gesta ricevettero dagli Dei l’immenso dono di potere esprimere un desiderio, entrambi chiesero l’eterna giovinezza e con questa l’im­mortalità.
Gli Dei però, nella loro somma saggezza, reputando tale dono troppo grande per dei semplici mortali, posero una condizione e pretesero in cambio da entrambi l’oggetto più prezioso che possedessero. Al più anziano chiesero la splendida spada Gramr, che gli aveva permesso di salvare le persone a lui più care. Al più giovane chiesero il fiore re­galatogli dall’amata al momento dell’addio, che egli stringeva ancora in mano.
Nessuno dei due principi consegnò agli Dei l’oggetto richiesto, probabilmente in quell’istante entrambi compresero la vanità del proprio desiderio, o forse il prezzo preteso dagli Dei era troppo alto persino per l’immortalità. Fu così che lasciarono i sacri antri del Wal­halla per fare ritorno alle loro lontane dimore.
Dopo di loro però, come nella nostra storia, si presentò agli Dei un giovane drago, il cui nome era Penombra, offrì agli Dei la propria vita in cambio di un fiore… gli Dei gli sorrisero...






Il messaggio

Fu proprio il vecchio Gilduin il primo a comprendere che stava per accadere qualcosa di grave. All’epoca era il custode del santuario delle Quattro Querce, il sacro cuore pulsante delle nostre terre. È una carica di grande prestigio che implica gravi responsabilità e tanta solitudine, ma è molto ambita dai venerandi saggi perché a diretto contato con la Madre Terra ed i suoi infiniti segreti.
Un ruolo nel quale si sono succeduti nei secoli alcuni tra i più famosi druidi, arduo da ottenere poiché è elettivo, ma sono gli uomini a scegliere, bensì il santuario stesso ricoprendosi di gigli bianchi quando il prescelto lo calpesta, quindi per gl’ambiziosi è perfettamente inutile affannarsi per ottenerlo, gli è irragiungibile.
Il tempio delle Quattro Querce non fu eretto da mano umana, almeno è ciò che ci piace credere, ma da un prodigio della natura stessa, che ha fece nascere queste quattro gigantesche querce ai bordi della collina in corrispondenza con i punti cardinali, creando in tal modo un luogo magico di rara bellezza.
Qui è come se tutti gli esseri vegetali avessero un’anima che reagisce agli avvenimenti del mondo, compresi quelli umani, cambiando di colore, di specie vegetale e di intensità a seconda di ciò che turba o allieta la nostra grande Madre, perciò quello che altrove sono le stagioni, qui sono le vicende del mondo, le sue gioie ed i suoi dolori. Seminascosta tra le radici della quercia Sud sporgenti sul fianco della collina, vi è la piccola ma confortevole abitazione del custode, sembra nascosta come a volere relegare in un angolo la presenza umana.
Il saggio Gilduin, accarezzato dall’erba ondeggiante ai bordi della collina, fumava la sua lunga pipa e si stava godendo la mattinata osservando da lontano i contadini della valle recarsi alla fiera. Il vecchio vate era un po’ pensieroso, nei giorni passati sul prato erano più volte comparse delle rose bianche, appena aveva cercato di toccarle si erano dolcemente richiuse ed erano scomparse, il chè costituiva un evento anomalo. Stava rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi nuovamente di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… Un vento caldo prese a soffiare, era fastidioso gli seccava la gola, si era levato improvviso, insieme alle rose.
Preoccupato, Gilduin si diresse alla quercia Sud dove nel tronco cavo c’è una piccola fonte d’acqua incantata. I ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle sue vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo, strattonadosi le vesti si fece largo tra gli arbusti e quando ebbe finalmente raggiunto la quercia, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue, ebbe un brivido. Cercò di ricordare se avesse mai sentito narrare di qualcosa del genere, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a sé, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo sangue; percuotè con forza il suolo col suo bastone da druido, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa sarebbe stata la stessa cosa, ebbe la sgradevole sensazione che la sua magia nei confronti di quel fenomeno non sortisse alcun potere, fosse semplicemente innestitente.
Brandendo il bastone, sua unica arma contro quel misterioso maleficio, si avvicinò cautamente alla sorgente nelle cui acque così spesso aveva spiato gli avenimenti del mondo, non vide nemmeno la sua immagine riflessa, difficile specchiarsi nel sangue. L’unica cosa che riuscì a carpire a quella linfa vitale fu un urlo distorto dalla lontananza ripetuto più volte.
« Uhtfolga, Uhtfloga » era l’eco della voce di un demone, che tradotto nella nostra lingua significa qualcosa come: colui che vola nella penombra, proseguiva biascicando un oscuro indovinello:
« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis… conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne ».
L’angoscia si fece largo nel suo cuore, in che modo le forze demoniache potevano essere riuscite a contaminare a tal punto la sorgente incantata? Sgomento Gilduin uscì e rimase impietrito da ciò che trovò, gli alberi avevano perso le foglie, non vi era più un filo d’erba su tutta la collina. Era come se la morte contenuta in quella voce malefica avesse impregnato le radici delle Querce Sacre, qualcosa stava nascostamente sconvolgendo il nostro mondo. Il vento adesso sollevava steli secchi che erano stati erba e lambiva i sassi. A memoria d’uomo non era successo niente di simile. La natura sembrava moribonda e quello era un infausto presagio di morte.
Forse per la prima volta in vita sua Gilduin si fece prendere dal panico, si agirrò inquieto tra i rovi secchi del santuario, pregando, urlando formule magiche e percotendo il suolo col bastone magico, usò tutti gli artifici a lui noti per salvare quel luogo santissimo, ma non servì a nulla. La collina si era trasformata in un’altura scarna, sembrava che la vita non l’avesse mai lambita.
Alcune ore dopo il fenomeno della voce si ripeté, la seconda volta però non fu un urlo, ma un impercettibile sussurro che cantinelava l’antico indovinello.
« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis…. Conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne…» e poi ripetè tutto di nuovo.
Gilduin si precipitò verso la fonte gridando « Chi sei? » l’indovinello si ripetè e poi come un timido balbettio disse ancora.
« Penombra » gli sembrò quasi di cogliere una lontana risatina.
La collina si ricoprì nuovamente d’erba, fiorirono le rose, gli alberi germogliarono drizzando imperiosamente le possenti chiome al cielo e gli uccelli ripresero a cinguettare e svolazzare giocosi come se niente fosse accaduto. La natura risplendeva superba.
Il vecchio Gilduin era confuso, per un attimo credette di avere solo sognato, ma non era così, si era trattato di un avvenimento reale che era durato diverse ore, non riusciva proprio a capire, andò a controllare ad una ad una le quercie, era tutto normale, tranquillo.
All’epoca egli stesso non seppe interpretare correttamente i fatti, secondo me il più saggio dei maghi morì senza averli mai compresi del tutto, per quanto mi riguarda, forse, fu meglio così. Penso che il suo cuore fosse troppo turbato dal sangue che sgorgava dalla terra e dalla spaventosa voce del demone, per capire che la chiave del mistero era in quel timido balbettio che seguì, era la voce di Penombra.
Per fortuna, almeno, comprese che doveva intervenire, così convocò d’urgenza il Grande Raduno dei Druidi nella sacra foresta di Brivium, mandò le sue colombe ai quattro angoli della terra per radunare i membri del Grande Raduno sparsi nelle contee e regni più lontani della Terra di Mezzo. Egli stesso partì immediatamente alla ricerca del prode principe Randolf di Sonnholm, che come altre volte l’avrebbe aiutato nell’impresa.
Lungo la strada fu raggiunto da una singolare notizia, alcuni abitanti delle lontane isole di Kajahil raccontavano d’avere visto numerosi draghi volare intorno alle vicine montagne i Corni dei Demoni, quasi a formare degli stormi. Gilduin liquidò frettolosamente l’accaduto come poco rilevante, attribuendo l’assembramento di draghi alla probabile morte del vecchio drago Tages che da tempo immemorabile si annidava tra quelle rocce. Questo fu, probabilmente, il primo errore che commise, perché le cose non stavano esattamente come le aveva supposte, ma d’altronde chi avrebbe mai potuto immaginare la realtà, una realtà che non apparteneva agli uomini.
I Corni dei Demoni, posti oltre il mare all’estremo nord, si chiamano così perché sono dei massicci rocciosi molto alti e scoscesi di materiale friabile, sembrano due corni, sono irraggiungibili per gli uomini e da sempre gradito rifugio dei draghi. Da diversi giorni i draghi ripetevano quella strana danza volando intorno alla seconda cima, giungevano da ovunque, pur essendo esseri di notevoli dimensioni visti da lontano ed in rapporto alla montagna potevano davvero sembrare degli stromi d’uccelli.
Tra gli ultimi arrivò un giovane drago dalla pelle scura e vellutata, le ali ricoperte da pelle sottile, quasi trasparente. Pochi battiti furono sufficienti perché la possente apertura alare lo facesse librare tra le correnti. Sorvolò la cima più in alto degli altri, dopo di ché discese con una dolce planata verso l’apertura della caverna posta in prossimità della vetta. Con gli artigli posteriori si aggrappò ai bordi del precipizio e cautamente sbirciò all’interno poco illuminato. L’antro era pieno di fumo in lieve e costante movimento per via del fiato dei draghi. Le pareti erano lucide ed il suolo ricoperto d’oro che scintillava ad ogni respiro infuocato.
“ Amico che ascolti, Adranos, ti ho chiamato, vieni ti stiamo aspettando” lo chiamò una voce stanca e rauca all’interno, timoroso Adranos entrò, fece alcuni passi, con un elegante movimento del lungo collo in segno di riverenza, posò la testa al suolo. Dinanzi, adagiato su un imponente cumulo d’oro, giaceva Tages il più anziano dei draghi, ormai incapace di muoversi. Il corpo deformato dalla vita e dalle malattie, era di colore grigio chiaro con chiazze verdognole, le scaglie d’osso che l’avevano coperto sembravano impietrite, gli artigli spezzati dalla vecchiaia, non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Adranos col corpo prostrato alzò e riabbassò più volte il capo, come in una danza di corteggiamento tra cigni; accanto aveva altri quattro draghi che fecero altrettanto, per poi ritirarsi in riverente silenzio nell’attesa che il vecchio parlasse.
“ C’è molta irrequietudine. I nostri hanno percepito l’accaduto. Sono turbati a causa di ciò che gli stolti uomini potrebbero fare“. Tutti ascoltavano la sua voce senza parole, che parlava al cuore. Sbirciò Adranos dagl’occhi semichiusi.
“Persino tu: l’indomabile, sei venuto” Adranos ritrasse il capo in segno d’imbarazzo, ma ebbe l’ardire di domandare quel che tutti volevano sapere e che era causa di tanta irrequietudine.
“ Gli uomini stanno distruggendo il mondo, creano orrori su orrori. La nostra antica Madre Terra è in lutto” il vecchio rispose.
“ Ho percepito la novità decenni addietro. Ho ascoltato da lontano i suoi primi palpiti ed il mio stanco cuore ha esultato, ho udito il suo vagito e la mia anima ha ripreso a volare. Noi anziani abbiamo scelto il suo nome: sarà Penombra, perché tra luce e tenebre volerà, immune ad entrambe, affinché ci riporti ciò che è stato rubato dagli umani. Nostra Madre ci ofre una possibilità. La nascita di Penombra era stata prevista… da tempo lontano, ma è giunta nel momento più opportuno” alitò una pallida nube di fumo verso Adranos.
“ Tu sarai il suo tutore, suo maestro e sua ombra. Hai ucciso molti uomini, ne conosci la malvagia insidia, dovrai essere il suo prottettore ed in questo loro…” indicò con gli occhi gli altri presenti “ Ti aiuteranno, in caso di necessità verremo tutti in vostro aiuto”. Sputò fuoco retrocedendo la testa e sollevandola, lasciando per un attimo trapelare la potenza che doveva avere posseduto in gioventù. Riprese fiato e proseguì.
“La fine degli umani ha avuto inizio, se Penombra dovesse morire e gli uomini conservare un altro strumento di distruzione… Faremo ribollire le viscere della terra, i vulcani con le ceneri offuscheranno il Sole. Pioverà fuoco e le loro città arderanno. La terra si spezzerà. Faremo salire le acque degli oceani, annegheremo le pianure. Infine come uragano e tempesta scenderemo dalle nostre montagne, seguendo il nauseante odore della loro carne, annienteremo i superstiti, col veleno e le malattie li decimeremo ed infine col fuoco purificatore li distruggeremo. Dalle loro ceneri rinascerà una nuova Madre, una Madre incontaminata, senza più figli maledetti.” Abbassò di nuovo la testa e stanco riprese.
“ Ma a noi non è lecito commettere lo stesso errore degli uomini: non possiamo interferire con la Natura, per questo è necessario mandare avanti Penombra, affinché liberi gli uomini dalla loro stessa follia. Interverremo solo in caso estremo” guardò i cinque prescelti che aveva dinanzi: Adranos l’indomabile per il quale batteva il suo vecchio cuore; Moros il possente dal corpo verde scuro, che da solo poteva sostituire un esercito di draghi; Nyx silenziosa e nera come un serpente, nell’impresa avrebbe portato le inseparabili e letali figlie, Lachesis, Atropos e Klotho; Enyo nervosa e famelica, che a stento riusciva a tenere fermo il guizzante corpo bronzeo dai mille riflessi metallici emessi dalle armi in battaglia ed infine Erebos, anch’egli scuro ma incorporeo, come l’oltretomba, da cui proveniva, era difficile capire dove avesse inizio o termine. Tages chiuse gli occhi e con un sottile alito di fuoco li congedò.

Tenebricus 1, casa

13 agosto 2008

CASA!!!

Stimato visitatore, in occasione del restyling del nostro bellissimo sito…- 16
- Noi bravi, vero? – 11
- Abbiamo deciso di parlarvi di casa nostra…- 16
- Alleghiamo immagine simile, per rendere l’idea –
- Sì, casa molto più grande, maestosa, impressionante – 18
- Non per niente siamo tra i pochi che si perdono a casa propria. E non solo noi anche il padrone, anche se non lo ammetterà mai, ma si è perso qualche volta – 32
- Noi no scemi, però – 11
- Il ché per inciso ci crea qualche problema di democrazia, difficile votare quando non sappiamo quanti siamo e dove siamo – 48
- Delocalizzazione dell’elettorato - 18
- Se evitiamo le interruzioni, posso continuare … - 16
- Gentile visitatore devi sapere che il nostro castello ha linee architettoniche essenziali e molto eleganti, protese verso l’alto del cielo notturno del quale il nostro augusto padrone è il signore assoluto – 27
- In altre parole abbiamo tante scale e le gambe corte, comunque adesso hai capito perché siamo tanto annoiati di stare soli in questo cavolo di castello? - 32
- Silenzioso! Riprendiamo con ordine: la storia di Tenebricus… -
- Prima no descrizione? – 11
- Ragazzi qui ci dobbiamo mettere d’accordo! Così non si può andare avanti! –
- Scusa gentile visitatore, spiego io garbatamente: la nostra deliziosa dimora è ubicata all’estremo confine, se non proprio oltre, della Terra di Mezzo, su un piccolo isolotto al centro dell’oceano in tempesta – 27
- Mare in tempesta osteggia il nostro potente padrone –
- Chissà com’è che quando arriva lui si agitano tutti, compreso il mare? - 32
- Scoglio in mezzo al mare con sopra grosso castello, senza che sprechiamo tante parole – 48
- La cinta inferiore è occupata dalla città dei Guerrieri Ombra – 27
- Associali del C**** - 48
- A prescindere dalla volgarità di 48, bisogna ammettere che sono maleducatissimi e gretti come tutti gl’uomini d’armi: dei bruti, non hanno la nosra sensibilità d'animo di un mostro – 27
- Noi belli! – 11
- Dunque seguono stanze e piani che non abbiamo capito a cosa servono, se non a farci stancare, poi ci sono le sale reali, dove noi non dovremmo entrare –
- Favolose, tolgono il fiato, luoghi incantati e pieni di mistero, sogni divenuti materia – 27
- Poi più in alto ci sono gli appartamenti privati e laboratori del nostro amato padrone – 32
- Dove noi abitiamo, ma dove secondo lui non dovremmo stare – 16
- Laboratorio di alchimia, laboratorio di chimica, laboratorio di erboristeria, laboratori di magia (diversi), diversi anche gli osservatori astronomici, per non parlare della biblioteca dove non solo noi ci perdiamo, ma anche il padrone, in altre parole tutti posti dove non dovremmo stare perchè potremmo fare danni - 32
- Difficile la vita da mostro vero? -18

Ci presentiamo

08 agosto 2008

- Ciao gentile visitatore del nostro sito. Dopo le drammatiche vicende narrate nel romanzo Malus di Nlm.Latteri nel corso delle quali abbiamo eroicamente combattuto a fianco del nostro splendido padrone Malus il Principe della Notte, siamo rimasti soli nel suo immenso castello e ci stiamo annoiando a morte. Non essendo stati chiusi bene i confini tra i due mondi siamo riusciti a trovare un collegamento col vostro mondo ed a aprire un blog per parlare con qualcuno…- 16
- Fatto due palle quanto Terra di Mezzo – 48
- Sintetico, ma il concetto è quello – 32
- Fantastico, io ancora non avevo finito e ci siamo già fatti riconoscere. Riprendo col esporre la nostra triste condizione. Siamo tutti soli in questo mondo fantastico, circondati da creature ostili e poco commestibili…-
- Orchi restano decisamente sullo stomaco – 48
- Sporchi e maleducatissimi – 27
- In aggiunta quelle teste bacate dei cavalieri diventano sempre più aggressivi, non si reggono – 32
- Riprendo un’altra volta. Siamo senza padrone e illuminata guida il Principe della Notte, il nostro autore Nlm.Latteri ci ha abbandonato, si sta facendo grandemente i cavoli suoi e non ha tempo da perdere con noi – 16
- Gentile visitatore, noi crisi da abbandono – 27
- Già altri autori scrivono interi romanzi a puntate, il nostro no – 48
- Saghe, si chiamano saghe, comunque sia, abbiamo deciso di aprire questo blog perché ci sentiamo soli e vorremmo parlare con qualcuno, anche perché, potrà non sembrare, ma la vita da terrificante mostro non è per niente facile – 16
- Sì, specie dopo l’aspetto da orsacchiotti che ci ha conferito il nostro amatissimo padrone – 32E lo ha fatto solo per fare colpo sulla sua ragazza! - 48
 
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