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Malus I. Lo scoccare delle ore. 17

09 gennaio 2012

Ai lati del portale sedevano due leoni di granito nero, quasi sfingi imprigionate nella pietra pronte a scattare in avanti. Risalirono intimiditi gli scalini guardandosi prudentemente dalle due belve che pur essendo di pietra sembravano seguirli con lo sguardo con le fauci fameliche socchiuse pronte ad azzannare.
Entrarono, quelle sale sembravano ancora più silenziose del restante castello, la passata magnificenza era sbiadita dal passare dei secoli e dall’azione vento salato che s’insinuava fin lì, avevano qualcosa di ma­linconico, come se volessero in qualche modo ancora narrare degli splendori e degli avveni­menti lieti e tragici di cui erano state testimoni e che ormai non ricordava più nessuno, nemmeno le leggende.
Desirée, attorniata dai mostriciattoli in rispettoso silenzio, avanzava piano, quasi in punta di piedi ammirando attonita la straordinaria bellezza delle architetture che aumentava a ogni sala, dando ogni volta l’illusione di essere giunti a destinazione, facendo nello stesso tempo presagire che dietro la prossima porta si celava qualcosa ancora più stupefacente.
La prima sala non era molto grande aveva le pareti interamente decorate con sottili mosaici e rilievi di belve feroci in lotta tra loro e con creature fantastiche, unicorni, draghi, lupi, gatti giganteschi, e uccelli fantastici. Pochi e larghi gradini portavano alla sala successiva, più grande ricoperta da eleganti fiori notturni che si arrampicavano lungo le alte pareti dove sembravano essere stati cristallizzati da un’improvvisa gelata che  ne aveva ghiacciato i petali insieme alle ali delle falene che li popolavano. Un portone d’argento annerito dal tempo conduceva alla sala successiva dove tra le colonne pendevano ancora grandi arazzi sbiaditi e lacerati dal vento, raffiguranti scene di guerre ed eroi ormai dimenticati.

Malus, I. Lo scoccare delle ore, 16

24 dicembre 2011

« Dicono che è ora di pranzo e che non vi potete ancora stancare molto ».
« Dovete andare subito, è il padrone che lo ordina », aggiunse un al­tro tristemente.
« Non fa niente, andremo dopo mangiato », li consolò Desirée allontanandosi nel corridoio buio.

Nel pomeriggio riapparvero i piccoli mostri, ben felici di portarla, come pro­messo, a vedere la sala del trono, parlottavano incessantemente tra loro interpellandola di tanto in tanto riguardo alle loro questioni.
« Ma voi come vi chiamate? » li interruppe d’un tratto Desirée.
« Come sarebbe, come ci chiamiamo? »
« Ognuno di noi è contraddistinto da un numero ».
« Sarebbero i numeri di serie con cui ci ha progettati il padrone », precisò l’anziano, specificando di essere il numero 16.
« Veramente volevo sapere, se la vostra specie ha un no­me ».
« Che cos' è una specie? ».
« Il vostro tipo di mostruosità, come si chiama? »
« Terrificante! » Le rispose il mostro più vicino, ma si prese un pugno per non avere capito a che cosa si riferiva la ragazza.
« Noi non abbiamo un nome », le disse tristemente 27 ingoiando con un singhiozzo la bava che gli colava dagli angoli della bocca.
« Signora, si può essere dei mostri non avendo un nome? » s’infornò ansioso un altro.
« Potresti chiedere al padrone di darci un nome? »
Desirée annuì, pur avendo il presentimento, che se fino ad allora il Prin­cipe della Notte non aveva ritenuto necessario dare un nome alle sue creature, probabilmente non lo avrebbe fatto nemmeno in futuro.
Così ripresero il cammino, con i mostri che, eccitati dall’idea di potere avere un nome, iniziarono a inventarne innumerevoli, senza pe­rò riuscire a trovare un vago accordo nemmeno sul genere di nome che volevano.
La sala del trono costi­tuiva il nucleo cen­trale intorno al quale si svi­luppava l’intera costruzione, con la sua altezza eccezionale determinava le dimen­sioni e la posizione degli appartamenti privati, che si trovavano ai piani immedia­tamente superiori.
Desirée e i mostriciattoli dovettero scendere diverse scale per raggiungerne il livello  dell’entrata posta alla fine di un lungo e buio corridoio con minacciose statue in armatura addossate alle pareti, che con la loro mole intimidivano chiunque si fosse soffermato dinanzi a loro, perché inquietantemente realistiche, nell’ombra di  ognuna aleggiava silenzioso un Alp.

Malus I. Lo scoccare delle ore, 15.

02 dicembre 2011

Il Principe della Notte era soddisfatto, brindò alla propria perfidia e successo, anche se quell’ultima domanda gli aveva lasciato uno strano sapore amaro in bocca.
Lasciata la stanza, Desirée vagò triste senza meta per sale spoglie e silenziose, seguita soltanto dalla guardia che sembrava essere diventata la sua ombra, finché un orrendo odore di topo putrefatto le se­gnalò la presenza dei mostri.
« Padrone stato cattivo? »
« Noi te l’avevamo detto ».
« Bimba non deve avere però paura di lui, è tanto buono: ha fatto noi ».
« Fantastico colpo di genio, devo ammetterlo », com­mentò sarcasti­ca Desirée continuando a passeggiare senza dar loro molta retta.
« Noi siamo tanto belli o brutti, dipende dal punto di vi­sta ».
« Ha fatto pure di peggio » osò fare notare uno dei più giovani, prima di essere assalito dai compagni per la mancanza di rispetto nei confronti del padrone.
« Vuoi sentire la nostra etica professionale? » domando uno di loro togliendosi rispettosamente la bava dalla bocca e pulendosi le zampe sul petto.
« Non mi va adesso, un’altra volta ». I mostri si zitti­rono e la guar­darono preoccupati.
« L’ha davvero trattata male, se la bimba è tanto triste ».
« Non vuole nemmeno sentire la nostra bella etica pro­fessionale ».
« Forse a una bimba piacciono di più altre cose, che non siano per forza dei mostri », suggerì uno di loro.
« Non c’è niente di meglio di noi imbecille!».
« Zitto deficiente! 23 ha ragione.» Ebbe così inizio una vivace consultazione, che si trasformò in una piccola rissa, perché uno di loro scivolò sulla bava facendo cadere gli altri, al termine della quale decisero di mostrarle la sala del trono, ma mentre le saltellavano di­nanzi contenti dell’idea, appar­vero due guerrieri ombra.

Malus I. Lo scoccare delle ore, 14.

21 novembre 2011

« Temo, che non siate nella condizione migliore per permettervi d’esprimere giudizi nei con­fronti della mia persona. Mi era parso che foste venuta per un motivo preciso » le rispose imperturbato con aria superiore Malus.
« Ah si, me ne stavo dimenticando, potrei vedere la spada? » il Principe della Notte scop­piò in una sonora risata.
« Non penserete, che io sia così ingenuo da mostrare la spada sacra ad un Rankarth? »
« Ma io non c'entro niente, non so nemmeno chi fossero questi Rankarth! Non sono pericolosa! ».
« E allora, perché volete vederla? »
« Pura curiosità, è la causa di tanta disgrazia ».
« Non vi preoccupate, a tempo debito la vedrete... trapassare il vostro cuore » le rispose il Principe della Notte col solito sorriso mali­gno, alzando la coppa in un macabro ma sentito brindisi pregustando il momento.
Desirée fu particolarmente turbata dal sadismo di quella risposta, e a bassa voce disse.
« Bastardo fuori e dentro », e andò via a testa bassa, ma poco prima di varcare la soglia si voltò dicendo.
« Tu sai rispondere alla mia domanda ».
« Io sono il Principe della Notte non devo rispondere a nessuno ».
« Nemmeno a te stesso? » La rapidità e profondità di quella stoccata fecero capire al Principe della Notte che in un dialogo come nella scherma la prontezza di riflessi poteva essere decisiva e certamente lei non era venuta per ringraziarlo, stava semplicemente usado le parole al posto delle spade.
« Non sono più un bambino a cui si devono spiegazioni ». Ed il suo era un tono che non ammetteva repliche, l’oscurità prese ad addensarsi intorno a lui, però la risposta giunse immancabile, adesso che quegli occhi chiari erano fissi su di lui come lame lucenti.
« Ci sono domande alle quali è meglio rispondere, prima che sia troppo tardi ».
« Non esiste un troppo tardi ». Lei chinò il capo sorridendo tra il divertito e l’imbarazzato, sembrò arrossire.
« Purtroppo non è così, mio bel principe ». Si voltò e andò via.

Malus,I. Lo scoccare delle ore, 13.

04 novembre 2011

« Serve a vedere avvenimenti troppo lontani per es­sere visti ».
« Si può vedere anche nel futuro? »
« Alle volte quello più immediato, ma non quello dei maghi, perché non siamo soggetti alle stesse forze dei comuni mortali, quindi ne siete esclusa anche voi ».
« Peccato. Si può vedere all’interno delle persone? » Malus la guardò alquanto seccato, pertanto le rispose con un deciso.
« No ».
« Come funziona? » La ragazza era snervante, la voglia di sentire parlare qualcuno gli stava già passando.
« Ogni vostro desiderio per me è un ordine ». Disse palesemente scocciato alzandosi.
Stese la mano sulla sfera e al suo interno ap­parvero tremolanti paesaggi lontani, inondati di Sole.
« È con questa sfera che mi hai trovato? »
« Sì », le rispose Malus, prendendo in mano una caraffa di vetro co­lorato riempiendosi una coppa di vino.
« Gradite un po' di vino ». Desirée rifiutò, conti­nuando ad ammi­rare quanto accadeva nella sfera di cristallo.
« Una guerra, non mi piace. Come si fa a farla tornare di nuovo indie­tro? » Malus trasalì, quando un attimo prima aveva distolto lo sguar­do dalla sfera, questa mostrava delle normalissime scene di vita campestre, non era possibile che fosse riuscita a farla funzionare da sola.
« Ripassate sopra la mano e pensate al luogo o alla per­sona che vor­reste vedere », le disse osservandola con estrema attenzione, poteva es­sere stato un caso a fare cambiare lo scenario, ma nella sfera di cristallo apparve un elegante ufficio con una bionda spumeggiante in attillato tail­leur rosso fuoco che, piegata su una scrivania in mogano stava spie­gando qualcosa a un elegante giovane signore, che si trovava sul lato opposto, badando bene di mettere in mostra la profonda scollatura e quanto in essa contenuto.
« Ma non sa fare altro quella! » esclamò Desirée, « Pensavo che fossero disperate per la mia scomparsa, quella deficiente invece pensa a rimorchiare! »
« Vi è una certa possibilità, che vi abbiano dimenticato », con un sorriso aggiunse « Come per magia ».
« Perfida serpe! »

Malus, I. Lo scoccare delle ore, 12.

29 ottobre 2011

« Ha dei bellissimi riflessi », disse, ammirando l’unica cosa che riusciva a vedere. « Come si usa? A che serve? »
« Serve a vedere avvenimenti troppo lontani per es­sere visti ».
« Si può vedere anche nel futuro? »
« Alle volte quello più immediato, ma non quello dei maghi, perché non siamo soggetti alle stesse forze dei comuni mortali, quindi ne siete esclusa anche voi ».
« Peccato. Si può vedere all’interno delle persone? » Malus la guardò alquanto seccato, pertanto le rispose con un deciso.
« No ».
« Come funziona? » La ragazza era snervante, la voglia di sentire parlare qualcuno gli stava già passando.
« Ogni vostro desiderio per me è un ordine ». Disse palesemente scocciato alzandosi.
Stese la mano sulla sfera e al suo interno ap­parvero tremolanti paesaggi lontani, inondati di Sole.
« È con questa sfera che mi hai trovato? »
« Sì », le rispose Malus, prendendo in mano una caraffa di vetro co­lorato riempiendosi una coppa di vino.
« Gradite un po' di vino ». Desirée rifiutò, conti­nuando ad ammi­rare quanto accadeva nella sfera di cristallo.
« Una guerra, non mi piace. Come si fa a farla tornare di nuovo indie­tro? » Malus trasalì, quando un attimo prima aveva distolto lo sguar­do dalla sfera, questa mostrava delle normalissime scene di vita campestre, non era possibile che fosse riuscita a farla funzionare da sola.

Malus, I. Lo scoccare delle ore 11

22 ottobre 2011

 Non pensate Signora, è meglio. Quel qualcosa di strano come lo definite voi, può essere dovuto al fatto che mia madre era Ilfhild principessa degli elfi del Gran Regno dei Tre Tulipani D’oro di Alfheimr. Scuse accettate ». Per un attimo si chiese se doveva snocciolare tutta la genealogia di parte elfa come d’uso, ma preferì lasciare stare, non era molto orgoglioso del sangue elfico che gli scorreva nelle nobili vene, con sua sorpresa invece Desirée lo guardava a bocca aperta.

« Un mezz’elfo uhauu! Per questo sei così carino? Gli elfi sono molto carini, però non hai le orecchie a punta». Malus rimise seccato la lunga penna nel calamaio e precisò.

« Primo: sulla bellezza degl’elfi avrei qualcosa da ridire, anzi molto da ridire, e non è solo una questione di gusto e grazie al cielo non ho le orecchie a punta, mi manca solo questo! Secondo: la parte migliore e più nobile è quella paterna », e non sopportando lo sguardo ammirato di Desirée, rincarò spiegando « In effetti, in tempi lontanissimi eravamo qualcosa di simile ai vampiri, solo molto più potenti. Noi a differenza di loro ci siamo liberati dalla morte, imparentandoci con i Wanen: l’antica stirpe di Dei, non dobbiamo bere il sangue altrui per vivere, abbiamo la nostra vita ed è molto lunga », adesso lei lo guardava con diffidenza, questa seconda parte inspiegabilmente sembrava piacerle poco, incurante dell’effetto che la sua spiegazione poteva avere avuto, prese la penna e dopo averla fatta sgocciolare riprese a scrivere.

« E… » s’informò piena di speranze Desirée « I miei antenati avevano sangue elfico? O di qualche altra creatura fiabesca?»

« No, solo dozzinale sangue umano e nemmeno nobile, plebeo ». Detto ciò non le diede più retta, un conto era apprendere informazioni che avrebbero potuto essergli utili, un altro era darle.  Dopo un po’ però, non sentendo proteste da parte della ragazza, di­venne sospettoso ed alzata la testa, la vide seduta davanti alla sfera di cristallo con gli avambracci distesi sul ripiano ed il mento poggiato sulle mani congiunte, mentre i suoi grandi occhi chiari lo guardavano attraverso il cristallo.

Malus, I. Lo scoccare delle ore, 10.

15 ottobre 2011

« Oppure, Amleto ha avuto il coraggio di porsi alcune domande », controbatté Desirée, sicura di sferrare un colpo basso a Malus, ma non fu così perché con la solita flemma questi rispose.
« Terrei a sottolineare che per porsi e porre delle domande non c’è assolutamente bisogno di coraggio, ma unicamente d’acume mentale, di conseguenza più che un coraggioso questo povero disperato dà l’impressione di essere stato uno che sicuramente non conosceva se stesso, perché, vedete mia Signora, il nostro vissuto è estremamente breve, come è limitato il pezzo di terra dove si vive, ed è breve anche la più duratura fama preso i posteri, tra l’altro tramandata da generazioni di omuncoli condannati a morire senza nemmeno avere conosciuto se stessi, quindi è perfettamente inutile aspettarsi che siano in grado di comprendere una mente eccelsa. Onde per cui questi dubbi sono inutili affanni dell’anima che affliggono gli omuncoli disorientati.  Era d’aspetto sgradevole? » Desirée lo guardava sorpresa.
« Che c'entra questo? No, anzi pare che fosse un gran bel figliolo. Certo che definire Amleto un omuncolo disorientato è il colmo. È il tormento, il dramma dell’esistenza umana… », adesso Malus la guardava più perplesso che mai, quelli erano turbamenti che avrebbero potuto venire a lui, rinchiuso in un castello isolato dal resto del mondo, ma non ad un altro principe bello e libero di godersi la vita. Il mondo al di fuori di Tenebricus sembrava veramente strano e questo avrebbe potuto incidere sui suoi piani. Comunque la ragazza con la sua parlantina era una stupefacente fonte d’informazioni.
« E come si è concluso? » s’informò.
« Con la sua morte ». Malus fece una smorfia compiaciuta.
« È come ho detto inizialmente: tutti affanni e pene inutili, caratteristiche di una mente annoiata, poco istruita dominata da un’anima semplice ».
« Santa pazienza! » esclamò Desirée strisciandosi indietro i capelli ancora ribelli a causa del non-taglio.
« Ma non era un mago vero? Questo spiegherebbe la sua imperfezio­ne, paragonato a me s’intende ». E soddisfatto riprese a scrivere sulla pergamena che aveva dinanzi.
Desirée corrugò la fronte, le era venuto un dubbio.
« Esattamente tu cosa sei? Dato che dici di essere il Principe della Notte, Signore delle tenebre sei un vampiro? » Malus alzò la testa di scatto orripilato, come aveva potuto venirle in mente una cosa del genere.
« Santa ignoranza! Come… », si riprese un attimo e scandì lentamente « Io non sono un vampiro », pensò al disgusto che avrebbe provato a dovere bere sangue di qualche plebeo umano con chissà quali malattie, puzzo e sporcizia addosso, peggio degli animali.
« Scusa, ma hai qualcosa di strano così pallido e allora ho pensato… non volevo offenderti, mi dispiace ».

Malus, I. Lo scoccare delle ore, 9.

10 ottobre 2011

« Esattamente », rispose Desirée sorridendo spavaldamente a Malus, il quale adesso la guardava con fin troppa attenzione, rispondendole altero.
« Signora, vi prego, questi sono dubbi che riguardano il comune volgo ed in quanto tali non mi tangono. Un intelletto veramente superiore è capace d’abbracciare col pensiero tutto il tempo e tutta la sostanza. Spero che questa risposta vi soddisfi maggiormente, perché non ho alcuna intenzione di dilungarmi in ulteriori e superflui deliri mentali ». Aveva passato secoli a leggere i classici del pensiero delle migliori menti dei nove mondi, pertanto non gli mancavano certo le armi intellettuali per sconfiggere una ragazza proveniente da un mondo superficiale e vuoto, che infatti gli aveva già messo il broncio borbottando.
« Oltre ad essere maligno, sei anche associale ». La ragazza era imprevedibile.
« Sono dolente di dovervi nuovamente contraddire. Terrei, infatti, a rilevare che in fatto di malvagità i vostri ante­nati hanno di gran lunga superato i miei, inoltre non mi potete tacciare d’asocialità, quando mi distanzio semplicemente dal volgo, facendo la parola "associale" evidente riferimento ad una persona che vive al di fuori della società, incapace di integrarsi, invece io, rappre­sentan­done l’apice, ne sono perfettamente integrato, nel senso più puro dell’ari­stocrazia, intesa come il comando dei migliori, o dalle vostre parti preferite affidare la guida della società ai peggiori », sorrise pienamente sod­disfatto, vedendo che, so­prattutto l’ultima parte del suo discorso, non era piaciuta af­fatto alla sua ospite e che se l’era cavata abbastanza bene nella disputa verbale.
« Mai sentito parlare di democrazia, vero? ».
« No, ma già il nome non promette niente di buono ».
« Tanto per cominciare Amleto era un principe ».
Malus la guardò sinceramente stupito.
« Scioccante e per quale motivo faceva di questi discorsi estraniati? » Il modo di ragionare di Malus sfuggi­va a quanto Desirée aveva conosciuto fino ad allora, probabilmente era dovuto al fatto di appartenere ad un mondo completamente diverso da suo e mentre cercava una risposta o come sin­tetizzare in modo comprensibile al suo interlocutore un intero dramma sha­kespeariano, Malus trovò da solo la risposta.
« Presumibilmente non aveva ricevuto un’educazione adeguata al suo rango, che di conseguenza gli avrebbe fornito una valida spiegazione a tali futili do­mande, evitando probabilmente che gli venissero in mente ».

Malus, I. Lo scoccare delle ore, 8.

08 ottobre 2011

Il Principe della Notte, indossava un lungo abito di seta blu scuro trapunto con piccoli zaffiri, se­deva ad uno scrittoio po­sto quasi di rimpetto alla porta, vedendola entrare si alzò per salutarla.
« Buon giorno mia Signora. Spero abbiate dormito bene e vi siate ri­presa dallo spavento ».
« Sì, grazie » rispose Desirée chinando il capo timidamente. « Sono venuta per ringraziarti per quanto hai fatto per me ieri sera. Ti devo la vita... ». Glaciale come al solito il Principe della Notte non rispose immediatamente, solo dopo un po’ disse.
« Non dovete ringraziarmi, sapete benissimo che non l' ho fatto per il vostro bene. Piuttosto sono io a dovervi chiedere umilmente perdono per non avervi accolto fin dall'inizio nel modo dovuto e avervi esposto alla famelicità dei mostri. Il mio è stato un comportamento poco nobile che non trova giustificazione alcuna. Non potrei disprezzare i vostri an­tenati per avermi condannato prima ancora che nascessi, se io stesso agissi in modo simile nei vostri con­fronti ».
« Io non ti avrei mai condannato, sei tanto carino », rispose lei con fare accentuatamente imbarazzato e civettuolo guardandolo con grandi occhi chiari e sbattendo le lunghe ciglia, ma quest’ultima osservazione non piacque molto al Principe della Notte che, infastidito dai modi leziosi, si rimise a sedere seccato ripensando all’odio che lo aveva pervaso la notte prima, sapeva che avrebbe dovuto allontanarla, ma la lunga solitudine aveva raggiunto un peso insopportabile, faceva persino fatica ad articolare le parole, non avendo mai parlato ad alta voce con alcuno, l’unica cosa che aveva pronunciato erano formule magiche, e quando lei parlava troppo velocemente aveva qualche difficoltà a capirla prontamente. Pur essendo un nemico, era qualcuno con cui parlare, non avrebbe ricevuto risposte scontate come dagli Alp; inoltre il pensiero che lo inquietava maggiormente era che una volta fuggito da Tenebricus avrebbe dovuto confrontarsi con gli altri regnanti e condottieri anche verbalmente, pertanto decise di intrattenersi con lei, tanto più che aveva letto che parlare con le donne è più difficile essendo prive di ogni logica e buon senso, quindi era un buon allenamento, così rispose secco.
« Vi ringrazio per il complimento, un po’ scontato, ma indice di cortesia » Si rimise a scrivere, forse fu uno sbaglio, poiché, se non l'avesse fatto, si sarebbe accorto che Desirée aveva uno sguardo particolare.
« Di cosa parlavate con i mostri? » Domandò distrattamente tanto per fare conversazione.
« Di un antico dilemma », rispose con non curanza Desirée, intanto studiava le spalle di Malus, pensando “ Larghe, possenti, peccato che sia un po' magro, ma gli dona, se ci fosse Sophie sarebbe una sfida fantastica” poi scotendosi dai suoi pensieri, aggiunse.
« Essere o non essere, questo è il problema ».
« E perché? » domandò incuriosito Malus smettendo di scrivere ed appoggiandosi allo schie­nale per poterla osservare più comodamente.
« Come sarebbe a dire, perché? »
« Sì, perché? Posso farvi notare mia Signora, che giacché siete viva, se ne può logicamente desumere che esistiate di già, quindi la vostra domanda è del tutto su­perflua ». Quello era sicuramente un ottimo allenamento. « Non starete per caso insinuando, che non ho ben capito quello che avete appe­na detto? » Questo non gli piaceva.

Malus di NLM.Latteri, romanzo online, volume I

08 dicembre 2008


Libro I

Il Principe della Notte.




Capitolo I



Il racconto del giullare


Chi è costui, vi chiederete voi, ecco mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, o mi hanno visto solo per alcuni minuti, credo siano pronti a giurare che sono pazzo.
Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia con l’unico ausi­lio della raggione. Sognatore, perché credo nell’abilità dell’uomo. Male­detto, perché non affido le mie speranze ad un raggio di Sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno lasciando solo il rosso del sangue, il mio sangue sulle mie mani. Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in se­guito divenni un guerriero, o meglio vi fui costretto, poiché le mie armi preferite erano e saranno le parole, messaggere della mia essenza, che è sempre stata un’anima di giullare.

Da questa collina verdeggiante guardo le foglie degl’alberi vibrare al debole respiro del vento come se stessero giocando tra loro, e mi torna in mente il suono dei tamburelli, dei liuti, della mia amata arpa, le chiassose feste delle corti, ma ogni volta che cerco d’abbandonarmi a ricordi piacevoli, d’improvviso irrompe il fragore scellerato dei campi di battaglia e lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade, ed è inutile negarlo, io ero tra loro.
Vedo i fianchi della collina dorarsi alla calma luce del tramonto, le miriadi di fiori che la ricoprono assumere tinte calde, cariche di vita, sento il loro profumo abbracciarmi; eppure senza sapere perché, ogni sera mi ritrovo qui: seduto sotto questa quercia rivolto a nord col cuore proteso verso i confini del mondo, verso funesto Niflar, il Paese delle Nebbie, che divide la terra dei vivi, la Terra di Mezzo, dalla terra dei morti, l’Hel. Scorgo in lontananza la bruma scivolare piano verso di me, figlio del Paese delle Nebbie che non mi hanno abbandonato un attimo; ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me, già perché allora non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.
Io, principe di una stirpe maledetta, la quale fu artefice della propria tragedia, detentrice d’allettanti tesori che altrettante rovine causarono e causeranno. Il tesoro dell’anello gettato nel fiume sacro, che ancora riluce del suo oro, affidato alla custodia delle Ondine e alla potenza assassina delle loro correnti. Che senso ha gettare l’anello e l’oro nel fiume, se c’è chi sa come forgiarli, come scatenare la malvagità nell’animo dell’uomo e d’ogni altra creatura pensante, estendendo la nostra tragedia a tutta la Terra di Mezzo? Alcune leggende c’identificano, forse non a torto, con gl’elfi neri, ma nelle notti d’inverno quando la bruma arriva a coprire le cime degl’abeti, il vento canta il nostro nome, eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi disperati senza un passato, che non sia una confusa leggenda nella legenda di chi uccise il drago per rubare il nostro tesoro.
Forse vi sto raccontando questa storia, perché penso che sia giunto il momento di tornare indietro nella parte più buia del mio passato e confrontarmi con ciò che più temo: me stesso. Non so nemmeno io perché sento di doverlo fare, riaprire cicatrici che il tempo non può sigillare, non ha senso, ma forse così riuscirò a ritrovare la mia anima di guillare persa nelle nebbie dell’odio, essa stessa ombra evanescente, nebbia tra la nebbia.

Tempo addietro un vecchio druido e caro amico di nome Gilduin, ripensando a quanto era accaduto, paragonò la nostra storia ad un’antica leggen­da che narra di due principi, che per via delle loro eccezionali gesta ricevettero dagli Dei l’immenso dono di potere esprimere un desiderio, entrambi chiesero l’eterna giovinezza e con questa l’im­mortalità.
Gli Dei però, nella loro somma saggezza, reputando tale dono troppo grande per dei semplici mortali, posero una condizione e pretesero in cambio da entrambi l’oggetto più prezioso che possedessero. Al più anziano chiesero la splendida spada Gramr, che gli aveva permesso di salvare le persone a lui più care. Al più giovane chiesero il fiore re­galatogli dall’amata al momento dell’addio, che egli stringeva ancora in mano.
Nessuno dei due principi consegnò agli Dei l’oggetto richiesto, probabilmente in quell’istante entrambi compresero la vanità del proprio desiderio, o forse il prezzo preteso dagli Dei era troppo alto persino per l’immortalità. Fu così che lasciarono i sacri antri del Wal­halla per fare ritorno alle loro lontane dimore.
Dopo di loro però, come nella nostra storia, si presentò agli Dei un giovane drago, il cui nome era Penombra, offrì agli Dei la propria vita in cambio di un fiore… gli Dei gli sorrisero...






Il messaggio

Fu proprio il vecchio Gilduin il primo a comprendere che stava per accadere qualcosa di grave. All’epoca era il custode del santuario delle Quattro Querce, il sacro cuore pulsante delle nostre terre. È una carica di grande prestigio che implica gravi responsabilità e tanta solitudine, ma è molto ambita dai venerandi saggi perché a diretto contato con la Madre Terra ed i suoi infiniti segreti.
Un ruolo nel quale si sono succeduti nei secoli alcuni tra i più famosi druidi, arduo da ottenere poiché è elettivo, ma sono gli uomini a scegliere, bensì il santuario stesso ricoprendosi di gigli bianchi quando il prescelto lo calpesta, quindi per gl’ambiziosi è perfettamente inutile affannarsi per ottenerlo, gli è irragiungibile.
Il tempio delle Quattro Querce non fu eretto da mano umana, almeno è ciò che ci piace credere, ma da un prodigio della natura stessa, che ha fece nascere queste quattro gigantesche querce ai bordi della collina in corrispondenza con i punti cardinali, creando in tal modo un luogo magico di rara bellezza.
Qui è come se tutti gli esseri vegetali avessero un’anima che reagisce agli avvenimenti del mondo, compresi quelli umani, cambiando di colore, di specie vegetale e di intensità a seconda di ciò che turba o allieta la nostra grande Madre, perciò quello che altrove sono le stagioni, qui sono le vicende del mondo, le sue gioie ed i suoi dolori. Seminascosta tra le radici della quercia Sud sporgenti sul fianco della collina, vi è la piccola ma confortevole abitazione del custode, sembra nascosta come a volere relegare in un angolo la presenza umana.
Il saggio Gilduin, accarezzato dall’erba ondeggiante ai bordi della collina, fumava la sua lunga pipa e si stava godendo la mattinata osservando da lontano i contadini della valle recarsi alla fiera. Il vecchio vate era un po’ pensieroso, nei giorni passati sul prato erano più volte comparse delle rose bianche, appena aveva cercato di toccarle si erano dolcemente richiuse ed erano scomparse, il chè costituiva un evento anomalo. Stava rimuginando sul fenomeno, quando inaspettatamente vide l’intera collina ricoprirsi nuovamente di rose, ma questa volta erano rosse come il sangue. Non era mai accaduto che un unico genere di fiori coprisse l’intera collina, per giunta di quel colore… Un vento caldo prese a soffiare, era fastidioso gli seccava la gola, si era levato improvviso, insieme alle rose.
Preoccupato, Gilduin si diresse alla quercia Sud dove nel tronco cavo c’è una piccola fonte d’acqua incantata. I ramoscelli spinosi s’impigliavano nelle sue vesti, come se lunghe mani artigliate tentassero di trattenerlo, strattonadosi le vesti si fece largo tra gli arbusti e quando ebbe finalmente raggiunto la quercia, vide con sgomento che la sorgente era rossa di sangue, ebbe un brivido. Cercò di ricordare se avesse mai sentito narrare di qualcosa del genere, ma non gli venne in mente niente. Di fronte a sé, in quello che era stato il suo posto preferito, c’era solo sangue; percuotè con forza il suolo col suo bastone da druido, ma non cambiò niente, se avesse usato un comune manico di scopa sarebbe stata la stessa cosa, ebbe la sgradevole sensazione che la sua magia nei confronti di quel fenomeno non sortisse alcun potere, fosse semplicemente innestitente.
Brandendo il bastone, sua unica arma contro quel misterioso maleficio, si avvicinò cautamente alla sorgente nelle cui acque così spesso aveva spiato gli avenimenti del mondo, non vide nemmeno la sua immagine riflessa, difficile specchiarsi nel sangue. L’unica cosa che riuscì a carpire a quella linfa vitale fu un urlo distorto dalla lontananza ripetuto più volte.
« Uhtfolga, Uhtfloga » era l’eco della voce di un demone, che tradotto nella nostra lingua significa qualcosa come: colui che vola nella penombra, proseguiva biascicando un oscuro indovinello:
« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis… conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne ».
L’angoscia si fece largo nel suo cuore, in che modo le forze demoniache potevano essere riuscite a contaminare a tal punto la sorgente incantata? Sgomento Gilduin uscì e rimase impietrito da ciò che trovò, gli alberi avevano perso le foglie, non vi era più un filo d’erba su tutta la collina. Era come se la morte contenuta in quella voce malefica avesse impregnato le radici delle Querce Sacre, qualcosa stava nascostamente sconvolgendo il nostro mondo. Il vento adesso sollevava steli secchi che erano stati erba e lambiva i sassi. A memoria d’uomo non era successo niente di simile. La natura sembrava moribonda e quello era un infausto presagio di morte.
Forse per la prima volta in vita sua Gilduin si fece prendere dal panico, si agirrò inquieto tra i rovi secchi del santuario, pregando, urlando formule magiche e percotendo il suolo col bastone magico, usò tutti gli artifici a lui noti per salvare quel luogo santissimo, ma non servì a nulla. La collina si era trasformata in un’altura scarna, sembrava che la vita non l’avesse mai lambita.
Alcune ore dopo il fenomeno della voce si ripeté, la seconda volta però non fu un urlo, ma un impercettibile sussurro che cantinelava l’antico indovinello.
« Volavit volucer sine plumis, sedit in arbore sine foliis…. Conscendit illam sine pedibus, assavit illum sine igne…» e poi ripetè tutto di nuovo.
Gilduin si precipitò verso la fonte gridando « Chi sei? » l’indovinello si ripetè e poi come un timido balbettio disse ancora.
« Penombra » gli sembrò quasi di cogliere una lontana risatina.
La collina si ricoprì nuovamente d’erba, fiorirono le rose, gli alberi germogliarono drizzando imperiosamente le possenti chiome al cielo e gli uccelli ripresero a cinguettare e svolazzare giocosi come se niente fosse accaduto. La natura risplendeva superba.
Il vecchio Gilduin era confuso, per un attimo credette di avere solo sognato, ma non era così, si era trattato di un avvenimento reale che era durato diverse ore, non riusciva proprio a capire, andò a controllare ad una ad una le quercie, era tutto normale, tranquillo.
All’epoca egli stesso non seppe interpretare correttamente i fatti, secondo me il più saggio dei maghi morì senza averli mai compresi del tutto, per quanto mi riguarda, forse, fu meglio così. Penso che il suo cuore fosse troppo turbato dal sangue che sgorgava dalla terra e dalla spaventosa voce del demone, per capire che la chiave del mistero era in quel timido balbettio che seguì, era la voce di Penombra.
Per fortuna, almeno, comprese che doveva intervenire, così convocò d’urgenza il Grande Raduno dei Druidi nella sacra foresta di Brivium, mandò le sue colombe ai quattro angoli della terra per radunare i membri del Grande Raduno sparsi nelle contee e regni più lontani della Terra di Mezzo. Egli stesso partì immediatamente alla ricerca del prode principe Randolf di Sonnholm, che come altre volte l’avrebbe aiutato nell’impresa.
Lungo la strada fu raggiunto da una singolare notizia, alcuni abitanti delle lontane isole di Kajahil raccontavano d’avere visto numerosi draghi volare intorno alle vicine montagne i Corni dei Demoni, quasi a formare degli stormi. Gilduin liquidò frettolosamente l’accaduto come poco rilevante, attribuendo l’assembramento di draghi alla probabile morte del vecchio drago Tages che da tempo immemorabile si annidava tra quelle rocce. Questo fu, probabilmente, il primo errore che commise, perché le cose non stavano esattamente come le aveva supposte, ma d’altronde chi avrebbe mai potuto immaginare la realtà, una realtà che non apparteneva agli uomini.
I Corni dei Demoni, posti oltre il mare all’estremo nord, si chiamano così perché sono dei massicci rocciosi molto alti e scoscesi di materiale friabile, sembrano due corni, sono irraggiungibili per gli uomini e da sempre gradito rifugio dei draghi. Da diversi giorni i draghi ripetevano quella strana danza volando intorno alla seconda cima, giungevano da ovunque, pur essendo esseri di notevoli dimensioni visti da lontano ed in rapporto alla montagna potevano davvero sembrare degli stromi d’uccelli.
Tra gli ultimi arrivò un giovane drago dalla pelle scura e vellutata, le ali ricoperte da pelle sottile, quasi trasparente. Pochi battiti furono sufficienti perché la possente apertura alare lo facesse librare tra le correnti. Sorvolò la cima più in alto degli altri, dopo di ché discese con una dolce planata verso l’apertura della caverna posta in prossimità della vetta. Con gli artigli posteriori si aggrappò ai bordi del precipizio e cautamente sbirciò all’interno poco illuminato. L’antro era pieno di fumo in lieve e costante movimento per via del fiato dei draghi. Le pareti erano lucide ed il suolo ricoperto d’oro che scintillava ad ogni respiro infuocato.
“ Amico che ascolti, Adranos, ti ho chiamato, vieni ti stiamo aspettando” lo chiamò una voce stanca e rauca all’interno, timoroso Adranos entrò, fece alcuni passi, con un elegante movimento del lungo collo in segno di riverenza, posò la testa al suolo. Dinanzi, adagiato su un imponente cumulo d’oro, giaceva Tages il più anziano dei draghi, ormai incapace di muoversi. Il corpo deformato dalla vita e dalle malattie, era di colore grigio chiaro con chiazze verdognole, le scaglie d’osso che l’avevano coperto sembravano impietrite, gli artigli spezzati dalla vecchiaia, non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Adranos col corpo prostrato alzò e riabbassò più volte il capo, come in una danza di corteggiamento tra cigni; accanto aveva altri quattro draghi che fecero altrettanto, per poi ritirarsi in riverente silenzio nell’attesa che il vecchio parlasse.
“ C’è molta irrequietudine. I nostri hanno percepito l’accaduto. Sono turbati a causa di ciò che gli stolti uomini potrebbero fare“. Tutti ascoltavano la sua voce senza parole, che parlava al cuore. Sbirciò Adranos dagl’occhi semichiusi.
“Persino tu: l’indomabile, sei venuto” Adranos ritrasse il capo in segno d’imbarazzo, ma ebbe l’ardire di domandare quel che tutti volevano sapere e che era causa di tanta irrequietudine.
“ Gli uomini stanno distruggendo il mondo, creano orrori su orrori. La nostra antica Madre Terra è in lutto” il vecchio rispose.
“ Ho percepito la novità decenni addietro. Ho ascoltato da lontano i suoi primi palpiti ed il mio stanco cuore ha esultato, ho udito il suo vagito e la mia anima ha ripreso a volare. Noi anziani abbiamo scelto il suo nome: sarà Penombra, perché tra luce e tenebre volerà, immune ad entrambe, affinché ci riporti ciò che è stato rubato dagli umani. Nostra Madre ci ofre una possibilità. La nascita di Penombra era stata prevista… da tempo lontano, ma è giunta nel momento più opportuno” alitò una pallida nube di fumo verso Adranos.
“ Tu sarai il suo tutore, suo maestro e sua ombra. Hai ucciso molti uomini, ne conosci la malvagia insidia, dovrai essere il suo prottettore ed in questo loro…” indicò con gli occhi gli altri presenti “ Ti aiuteranno, in caso di necessità verremo tutti in vostro aiuto”. Sputò fuoco retrocedendo la testa e sollevandola, lasciando per un attimo trapelare la potenza che doveva avere posseduto in gioventù. Riprese fiato e proseguì.
“La fine degli umani ha avuto inizio, se Penombra dovesse morire e gli uomini conservare un altro strumento di distruzione… Faremo ribollire le viscere della terra, i vulcani con le ceneri offuscheranno il Sole. Pioverà fuoco e le loro città arderanno. La terra si spezzerà. Faremo salire le acque degli oceani, annegheremo le pianure. Infine come uragano e tempesta scenderemo dalle nostre montagne, seguendo il nauseante odore della loro carne, annienteremo i superstiti, col veleno e le malattie li decimeremo ed infine col fuoco purificatore li distruggeremo. Dalle loro ceneri rinascerà una nuova Madre, una Madre incontaminata, senza più figli maledetti.” Abbassò di nuovo la testa e stanco riprese.
“ Ma a noi non è lecito commettere lo stesso errore degli uomini: non possiamo interferire con la Natura, per questo è necessario mandare avanti Penombra, affinché liberi gli uomini dalla loro stessa follia. Interverremo solo in caso estremo” guardò i cinque prescelti che aveva dinanzi: Adranos l’indomabile per il quale batteva il suo vecchio cuore; Moros il possente dal corpo verde scuro, che da solo poteva sostituire un esercito di draghi; Nyx silenziosa e nera come un serpente, nell’impresa avrebbe portato le inseparabili e letali figlie, Lachesis, Atropos e Klotho; Enyo nervosa e famelica, che a stento riusciva a tenere fermo il guizzante corpo bronzeo dai mille riflessi metallici emessi dalle armi in battaglia ed infine Erebos, anch’egli scuro ma incorporeo, come l’oltretomba, da cui proveniva, era difficile capire dove avesse inizio o termine. Tages chiuse gli occhi e con un sottile alito di fuoco li congedò.

Tenebricus 2

16 agosto 2008


Tenebricus 2

Dunque, gentile visitatore inseguito all’ennesima convulsa riunione siamo giunti alla conclusione, quasi unanime, di doverci esprimere in modo più aulico, perché il nostro modo confuso di esporre le eroiche vicende di cui siamo stati partecipi, e maldestramente narrate nel romanzo Malus dal giullare scemo, potrebbe sminuire gli eventi, che invece sono stati altamente drammatici e sofferti – 29
- Noi abbiamo pianto tanto per le tristi vicende del nostro splendido padrone il Principe della Notte – 25
- Sono storie di odio, vendetta, tradimento: forti passioni. Abbiamo visto eserciti estesi a vista d’occhio scontrarsi- 29
- Visto per modo di dire, noi bassi, visto niente – 18
- Per questo abbiamo combattuto a fianco dei nani, ma la visuale era comunque molto ridotta- 48
- Carneficina indescrivibile – 11
- Intere stirpi cancellate, popoli rimasti senza guerrieri… uno schifo la guerra - 32
- Anche noi abbiamo avuto il profondo ed inestinguibile dolore di una irreparabile perdita – 27
- Sì, 42 .
- Più tardi faremo un ora di silenzio in suo onore, dopo cena per la digestione – 32
- Il suo cattivo umore era il più costante, sempre ostile tutto e tutti, insostituibile – 27
- Era anche l’unico a sapere vomitare a schizzo, un’arte andata perduta - 48
- Tu gentile visitatore sai per caso come si vomita a schizzo? – 25
- Dato questo grande dolore che come una spada ci trafigge il cuore… Venuta bene vero? Abbiamo deciso di esprimerci in modo più consono agl’eventi. Ricominciamo a parlare di casa nostra in uno stile più adatto: c’era una volta in un luogo lontano, dopo sette fiumi, sette monti e sette valli… - 29
- Questa Biancaneve, deficiente! – 32
- Volevo arrivare ai Sette Mari! –
- No, no, no, attenti con i Sette Mari, all’autore ultimamente piace troppo il mare, qui rischiamo di finire nel romanzo sbagliato, dobbiamo fargli scrivere la nostra storia non quella degl’altri – 16
- Oltre i Sette Mari, insisto, su un’isola perduta non tracciata in alcuna mappa del presente o del passato, dimenticata dai racconti dei bardi, segreto gelosamente custodito da pochi e potentissimi vati… -
- Siamo nati noi! – 11
- Ecco, questo è quello che volevamo dire in modo altisonante, Ti salutiamo gentile visitatore – 29
- Baciamo le mani - 32

Tenebricus 1, casa

13 agosto 2008

CASA!!!

Stimato visitatore, in occasione del restyling del nostro bellissimo sito…- 16
- Noi bravi, vero? – 11
- Abbiamo deciso di parlarvi di casa nostra…- 16
- Alleghiamo immagine simile, per rendere l’idea –
- Sì, casa molto più grande, maestosa, impressionante – 18
- Non per niente siamo tra i pochi che si perdono a casa propria. E non solo noi anche il padrone, anche se non lo ammetterà mai, ma si è perso qualche volta – 32
- Noi no scemi, però – 11
- Il ché per inciso ci crea qualche problema di democrazia, difficile votare quando non sappiamo quanti siamo e dove siamo – 48
- Delocalizzazione dell’elettorato - 18
- Se evitiamo le interruzioni, posso continuare … - 16
- Gentile visitatore devi sapere che il nostro castello ha linee architettoniche essenziali e molto eleganti, protese verso l’alto del cielo notturno del quale il nostro augusto padrone è il signore assoluto – 27
- In altre parole abbiamo tante scale e le gambe corte, comunque adesso hai capito perché siamo tanto annoiati di stare soli in questo cavolo di castello? - 32
- Silenzioso! Riprendiamo con ordine: la storia di Tenebricus… -
- Prima no descrizione? – 11
- Ragazzi qui ci dobbiamo mettere d’accordo! Così non si può andare avanti! –
- Scusa gentile visitatore, spiego io garbatamente: la nostra deliziosa dimora è ubicata all’estremo confine, se non proprio oltre, della Terra di Mezzo, su un piccolo isolotto al centro dell’oceano in tempesta – 27
- Mare in tempesta osteggia il nostro potente padrone –
- Chissà com’è che quando arriva lui si agitano tutti, compreso il mare? - 32
- Scoglio in mezzo al mare con sopra grosso castello, senza che sprechiamo tante parole – 48
- La cinta inferiore è occupata dalla città dei Guerrieri Ombra – 27
- Associali del C**** - 48
- A prescindere dalla volgarità di 48, bisogna ammettere che sono maleducatissimi e gretti come tutti gl’uomini d’armi: dei bruti, non hanno la nosra sensibilità d'animo di un mostro – 27
- Noi belli! – 11
- Dunque seguono stanze e piani che non abbiamo capito a cosa servono, se non a farci stancare, poi ci sono le sale reali, dove noi non dovremmo entrare –
- Favolose, tolgono il fiato, luoghi incantati e pieni di mistero, sogni divenuti materia – 27
- Poi più in alto ci sono gli appartamenti privati e laboratori del nostro amato padrone – 32
- Dove noi abitiamo, ma dove secondo lui non dovremmo stare – 16
- Laboratorio di alchimia, laboratorio di chimica, laboratorio di erboristeria, laboratori di magia (diversi), diversi anche gli osservatori astronomici, per non parlare della biblioteca dove non solo noi ci perdiamo, ma anche il padrone, in altre parole tutti posti dove non dovremmo stare perchè potremmo fare danni - 32
- Difficile la vita da mostro vero? -18

Nasci mostro e muori peluche

08 agosto 2008

Come sapere chi siamo?

Prima di esporre la nostra alta etica professionale e la profondità del nostro pensiero, abbiamo pensato di spiegare un po’ meglio chi siamo e come siamo diventati quello che siamo.
Dunque in un tempo non molto lontano, e che rimpiangiamo di cuore, eravamo dei rispettabilissimi e temutissimi mostri.
Segue descrizione:
Piccoli ma letali, i Greemlins non sono niente a confronto, la nostra coda da ratto aveva aculei velenosi, occhi da serpente, zanne lunghe e affilate, una tripla fila di denti come gli squali, se non le ammazzavamo, le nostre vittime morivano di paura e schifo al solo vederci.
Non si era ancora degnato di darci un nome e non lo ha fatto a tutt’oggi, l’unica cosa che ha fatto è stato segnarci con dei numeri per distinguere le varie fasi del suo lavoro: noi.
Poi è successa la disgrazia! Il nostro splendido, sapiente, potente mago il Principe della Notte (che gli pigliasse un accidenti) ha incontrato una ragazza (una gran f***) e ci ha rifatti, con i deprecabili risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Adesso, soli in questo grande castello, con niente da fare e troppo tempo per rimuginare ci è venuta una crisi d‘identità. Chi siamo? Terrificanti mostri o graziosi peluche?
Cosa conta più il passato di una persona, o il suo presente?
Cosa è determinante, l’aspetto esteriore o quello esteriore?
Abbiamo deciso di indire una conferenza programmatica per capirci qualcosa. Si accettano consigli.
Vale di più la volontà di chi ci ha creato o la nostra?Seghe mentali dalla Terra di Mezzo.

Ci presentiamo

- Ciao gentile visitatore del nostro sito. Dopo le drammatiche vicende narrate nel romanzo Malus di Nlm.Latteri nel corso delle quali abbiamo eroicamente combattuto a fianco del nostro splendido padrone Malus il Principe della Notte, siamo rimasti soli nel suo immenso castello e ci stiamo annoiando a morte. Non essendo stati chiusi bene i confini tra i due mondi siamo riusciti a trovare un collegamento col vostro mondo ed a aprire un blog per parlare con qualcuno…- 16
- Fatto due palle quanto Terra di Mezzo – 48
- Sintetico, ma il concetto è quello – 32
- Fantastico, io ancora non avevo finito e ci siamo già fatti riconoscere. Riprendo col esporre la nostra triste condizione. Siamo tutti soli in questo mondo fantastico, circondati da creature ostili e poco commestibili…-
- Orchi restano decisamente sullo stomaco – 48
- Sporchi e maleducatissimi – 27
- In aggiunta quelle teste bacate dei cavalieri diventano sempre più aggressivi, non si reggono – 32
- Riprendo un’altra volta. Siamo senza padrone e illuminata guida il Principe della Notte, il nostro autore Nlm.Latteri ci ha abbandonato, si sta facendo grandemente i cavoli suoi e non ha tempo da perdere con noi – 16
- Gentile visitatore, noi crisi da abbandono – 27
- Già altri autori scrivono interi romanzi a puntate, il nostro no – 48
- Saghe, si chiamano saghe, comunque sia, abbiamo deciso di aprire questo blog perché ci sentiamo soli e vorremmo parlare con qualcuno, anche perché, potrà non sembrare, ma la vita da terrificante mostro non è per niente facile – 16
- Sì, specie dopo l’aspetto da orsacchiotti che ci ha conferito il nostro amatissimo padrone – 32E lo ha fatto solo per fare colpo sulla sua ragazza! - 48
 
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